Dopo una notte favolosa come quella del 12 marzo scorso, sembrerà paradossale e per certi versi comico, ma per poter festeggiare il passaggio del turno in Champions molti juventini – sottoscritto compreso – hanno dovuto chiedere il permesso. A chi? A quei tifosi della Gobba che, non si sa per quale diritto, si ritengono i depositari della fede bianconera. Coloro che, come San Pietro nel giorno del giudizio, stabiliscono chi far salire sul metaforico carro di Madama e chi no. Quelli che scelgono quali sono gli eletti, e quali gli eretici.

La distinzione viene operata con criteri alquanto manichei: coloro i quali non mettono mai in dubbio le potenzialità della squadra e non si azzardano, neanche occasionalmente, a criticare l’operato dell’allenatore, hanno diritto ad accedere all’Eden bianconero e, come in questo caso, godere di una vittoria. Tutti gli altri sono dei dannati, condannati a tifare per altre squadre.

L’ultimo armageddon è avvenuto appunto dopo l’epica remuntada con l’Atletico Madrid: anziché festeggiare tutti insieme l’approdo ai quarti, è partito un vero e proprio regolamento di conti interno tra allegri ani e antiallegriani. Le cronache di questo scontro sono ampiamente documentate sulle diverse piattaforme social. Una specie di notte di San Bartolomeo, altrettanto aspra ma per fortuna meno cruenta.

Secondo voi, è normale che una tifoseria possa litigare e dividersi in questa maniera dopo una partita , e soprattutto un verdetto finale, come quello di martedì scorso? Per quanto mi riguarda, me la sono goduta alla grande lo stesso, indipendentemente da chi mi chiedeva – nemmeno tanto cortesemente – di scendere dal fantomatico carro. Lì sopra ci sono sempre stato, ci sono  e ci resterò seduto fin quando continuerò a vivere su questa terra, perché la mia fede è talmente incrollabile che non ho bisogno di fare penitenza o recitare atti di dolori per poter espiare i miei supposti peccati. 

Tipo: l’aver criticato appunto Mister Allegri dopo la sconfitta (ignobile) al Wanda Metropolitano. Figlia, a mio modo di vedere, di tante altre partite giocate alla stessa maniera (ignobile) dalla squadra negli ultimi 2 mesi, ovvero male. Un calcio brutto, antico, parecchio conservativo, con troppe pause e poco ritmo. Un modo di giocare sufficiente per dominare in Serie A, inadatto per palcoscenici continentali. L’esatto opposto di quanto si è visto invece contro l’Atletico, dove abbiamo assistito ad una totale metamorfosi calcistica. Con gli stessi giocatori, e il medesimo allenatore. Si sono visti ritmo, aggressività, una mentalità offensiva spinta alle estreme conseguenze (usciva Spinazzola, entrava Dybala; fuori Mandzukic, dentro Kean), un ardore senza limiti, anche quando è stato raggiunto il 3-0. La dimostrazione che una Juventus diversa, decisamente più convincente e propositiva, è possibile vederla e ammirarla. Ed è quella che servirà d’ora in avanti in Champions, se l’obiettivo è appunto quello di arrivare fino in fondo a questa maledetta competizione.

“Le critiche fanno bene” lo ha ammesso lo stesso Allegri nella conferenza post partita. Si badi bene: criticare non significa non riconoscere a questo allenatore i giusti meriti per i trofei fin qui conquistati, ma limitarsi a fargli notare quando sbaglia o si incaponisce a far giocare la squadra in modalità “risparmio energetico”, da far spazientire in campo pure Ronaldo. Oltre a qualche dirigente in tribuna, che dopo Madrid qualcosa deve avergli detto, altrimenti non si spiegano i repentini cambi di registro visti già contro l’Udinese, e ripetuti poi nella gara spartitraffico con l’Atletico. Qualcosa è capitato, e – considerati gli effetti - è un bene che sia successo. “Le critiche fanno bene”, senza esagerare come fanno quelli che nemmeno dopo il trionfo di martedì scorso riesco a tributare un “bravo” a Max Allegri. 

Per quanto mi riguarda, i complimenti glieli ho fatti, perché se li è meritati (Can centrale difensivo aggiunto e Spinazzola sulla fascia sono, obiettivamente, due belle “allegrate”), così come sono pronto a criticarlo ancora se dovesse – e non glielo auguro – commettere altri errori , o tornasse a fare il “cagòn”. Tutto da dentro al carro, dal quale nessuno potrà mai permettersi di spingermi fuori. Così come io non farò con loro, perché tutti uniti – come avvenuto allo Stadium martedì scorso – si vince.