Capita che, a parlar sempre di sensazioni, a un certo punto qualcuno perda di vista il concreto. E cioè il risultato. Ahi, Juve: dalla trasferta di Lione, dalle chiacchiere sul Corona, dalla spinta Champions, verso l'Inter c'è un'altra batosta da segnalare prima e da digerire poi. Non sarà facile venirne a capo, né lo sarà ribaltare un 1-0 in trasferta che è risultato infimo e chiama al ribaltone. 

CHANCE - Chiaro: se c'è una squadra che può farlo, questa è quella bianconera. In grado di superare allo stesso modo il Tottenham nel 2017, l'Atletico Madrid l'anno scorso. E poi il Bayern nel '16 (quando Bonucci ci credeva davvero) e il Real nel '18, quelle imprese sfiorate. Tutto si crea, nulla si distrugge dopo una partita storta. E qualche mugugno. Ecco, ma da dove ripartire? Dalle spiegazioni. Dalle parole. Da cosa rimane tra le ceneri di una Juve fumata dal vento e dalle frecce di Lione. E da una sensazione diventatata ormai certezza: Maurizio Sarri non ha la squadra totalmente tra le sue mani. Come in campo, pure le dichiarazioni tra lui e i giocatori viaggiano su due binari praticamente paralleli.

DIFESE - L'unione di intenti si vede nelle piccole cose, espressioni a parte. Sarri non esplicita, ma comunque dimostra: "Farlo a cento all'ora è diverso che farlo a dieci all'ora. È un difetto enorme che abbiamo, non so se sia venuto fuori negli anni precedenti", dice a proposito delle questioni di ritmo e sostanza. Ancora una volta, come capitato spesso - praticamente sempre quando c'è stato un risultato negativo - non tira fuori carota, né bastone. Semplicemente, si allontana dal luogo del misfatto, raccontando la sua inefficacia come un messaggio spedito ma mai arrivato al destinatario. In tempesta, è un capitano da stiva e non da timone: con queste onde gigantesche in arrivo, sicuri che sia l'uomo giusto?