“Daje Cristiano…Daje!”, “E’ lui l’erede de Totti! E’ lui!” Lui è Dybala, Cristiano è Ronaldo. Non lo dicono allo Juventus Club Roma Terza Stella, lo dicono in un bar vicino a Piazza Testaccio, cuore del tifo giallorosso, dove siamo andati a vedere Sampdoria-Juve. Ci troviamo in netta minoranza (due juventini, una ventina di romanisti) eppure sembra di essere in un club bianconero: tifano tutti per la Juve. Sperano che non s’infortuni nessuno perché domenica c’è la Supercoppa e la Lazio deve perdere. Anche se a vincere sarebbe l’odiata Juventus.

Non è un nuovo amore, né un’apertura di credito verso chi rubò lo scudetto ai giallorossi: credono ancora che il goal di Turone non fosse in fuorigioco, credono alla moviola taroccata dalla redazione Rai di Roma, ascoltano il violino di Garcia… Ma quando è troppo è troppo! I romanisti non sopportano quelle che ritengono le “smargiassate” dei laziali, esaltati da un “momentaneo” terzo posto in classifica. Sono inviperiti per l’euforia di Lotito, che si vanta di “aver vinto più di tutti” (dopo la Juve), ma soprattutto non tollerano la “sua eterna furbizia”, “la sua faccia di bronzo” (per usare un eufemismo).

“C’ha provato! Ci voleva mettere uno della Lazio a capo della Lega! E per mettercelo ha truccato il curriculum!”. In effetti, il dr. Cicala nella documentazione ufficiale presentata alla FIGC aveva omesso di dichiarare di essere un membro del Consiglio di sorveglianza della Lazio. Mentre a Torino non hanno fatto una piega sul fatto che La Juve abbia dovuto giocare in campionato ieri (mercoledì) e, invece, la Lazio abbia potuto riposare e ottenuto di posticipare per ben due volte la partita con l’Hellas Verona (prima era stata decisa per l’8 gennaio’20 poi è stata differita al 5 febbraio), le radio locali romaniste si sono scatenate. Inveiscono contro quello che definiscono “un palese favore ai laziali”, a cui è concesso di riposare e disporre del calendario come vogliono.

Insomma, c’è di peggio della FIAT, di Andrea Agnelli, dei possibili 9 scudetti di fila. Questo “peggio” si chiama Lotito, a conferma che l’avversione, nel calcio (e forse non solo) conta quanto l’amore. E che un’antipatia scaccia l’altra.