E’ arrivato  l’autunno con i suoi tradizionali colori crepuscolari. La Juventus, come i camaleonti, si adatta perfettamente a questo clima cromatico. La vittoria, risicata, contro il Verona deve essere presa per quel che è stata. Un’autentica botta di fortuna che ha permesso alla squadra bianconera di mettere in cassa tre punti sostanzialmente immeritati. Ciò che era accaduto a Firenze, con il pareggio avito in dono dagli dei dell’Olimpo, è stato replicato allo Stadium con un bottino più ampio più ampio.

Secondo la vulgata della critica il motivo principale di questo avvio di stagione con il viso molto pallido sarebbe determinato dal fatto che i bianconeri ancora non hanno imparato e metabolizzato gli insegnamenti del loro nuovo allenatore Maurizio Sarri. Una teoria di presunta ottusità di comprendonio che, a mio avviso, è un alibi dietro il quale nascondere una diversa verità. Il dubbio infatti è che i giocatori non abbiano capito perché di fatto non c’è nulla da capire. Ho sempre sostenuto che il licenziamento di Allegri, fortemente voluto da Nedved, rappresentasse una forma di harakiri. Oggi più che mai ne sono convinto. La “brutta Juve” del conte Max possedeva almeno un’identità precisa. La “Juve spettacolo” di Sarri è rimasta nelle intenzioni dei suoi architetti.

Detto ciò e visto che indietro non è possibile tornare, per rendere meno amaro il quadro attuale, è bene sottolineare che a illuminare questo scenario di grigiore hanno provveduto due raggi di sole probabilmente inattesi. Il primo porta il nome di Gigi Buffon il quale con i suoi interventi e smanaccia menti decisivi ha impedito al Verona di raccogliere ciò che avrebbe comunque meritato. Il portiere bianconero è tornato nel suo stadio per dimostrare che, se la Juve era una cosa diversa da quella del passato prossimo, lui era rimasto lo stesso di sempre. Un quarantunenne in forma fisica perfetta e reattivo come un ragazzino il quale aveva trascorso un anno a Parigi non per chiudere la carriera in maniera prestigiosa semmai per completare il suo curriculum professionale. Come tutti gli artisti e i fuoriclasse, Buffon va oltre i suoi dati anagrafici e si colloca nel club dei “diversamente giovani” esattamente come avevano fatto Dino Zoff e Paolo Maldini. Su questo Sarri dovrebbe riflettere ribaltando i progetti iniziali, anche quelli della società, e ridando al portiere ruolo e gradi definitivi da titolare e da capitano.

Il secondo raggio di luce, sul quale Sarri dovrebbe ragionare in maniera più approfondita, è arrivato dalla stella Paulo Dybala. Malgrado il suo impiego tattico e strategico sia stato in copia carbone quello che gli veniva imposto da Sarri, il campione argentino ha saputo offrire di se stesso attraverso una prestazione davvero eccellente un’immagine differente da quelle che avevano caratterizzato le ultime e poche uscite. Un segnale di rinascita e forse anche di crescita morale e intellettuale e caratteriale sufficientemente netto da poter spingere, almeno è ciò che speriamo, lo stesso allenatore e soprattutto la società a rivedere la posizione di un giocatore messo sul mercato con troppa disinvoltura.

L’ultima annotazione, non meno importante delle due già citate, riguarda l’ambiente nel quale si è giocata la partita di ieri. Vedere la Curva Sud popolata da famiglie con bambini, anziché da gente assatanata, ha fatto bene al cuore e alla ragione. È stato il segnale di un inizio. È stata la conferma che anche senza il supporto degli ultras, dei quali nessuno sentirà la mancanza, il gioco del calcio può continuare a essere lo spettacolo più bello del mondo.