Nel caso in cui Maurizio Sarri dovesse effettivamente diventare il successore di Allegri sulla panchina della Juventus, la svolta sarebbe chiara e netta. Rivoluzionaria. Un giorno allora tratteremo della sua fase di possesso (la discontinuità principale è questa), un altro delle palle inattive, un altro ancora dell’adattabilità di un nuovo acquisto al suo sistema, e così via, fino a registrare tutte le variazioni più significative sullo scacchiere bianconero.

 Oggi, però, permettetemi di affrontare un argomento spesso oscurato dalla bellezza di certe combinazioni Sarriste. Un argomento apparentemente secondario, che tuttavia non manca di alimentare stereotipi su stereotipi (“finalmente la Juve presserà alto”, e cose di questo genere..). Oggi parliamo della fase difensiva di Maurizio Sarri.
 
PERCHÉ, CON ALLEGRI NON SI PRESSAVA? – La prima domanda da porsi è questa: sicuri che con Allegri la Juve non pressasse? Se prendiamo l’azione del gol subìto ad Amsterdam contro l’Ajax, ad esempio, ci accorgiamo immediatamente che l’atteggiamento dei bianconeri non era così passivo e attendista come tendiamo a ricordare, vinti da un’amarezza che distorce e avvelena.     
 


La situazione qui è ideale. In zona palla, a parte il portiere, non c’è un avversario libero. L’Ajax è costretto a calciare lungo, dove la Juve è pronta a raccogliere il pallone con l’unico giocatore non in marcatura (Cancelo, cerchiato in nero). Ma che tutto funzioni tatticamente certe volte non basta: Cancelo sbagliò il controllo e Neres trovò la rete del pareggio. La banalità del calcio.
C’è un però. Un però grosso come una casa. Il pressing della Juve con Allegri non era sistematico. E questo cambia tutto. Ecco perché tendiamo a ricordare le fasi di gioco in cui i bianconeri si ricompattavano bassi, di qua dalla propria metà campo, lasciando in sostanza il pallino agli avversari. Sembrava sottomissione, voleva essere strategia. Più che sul pressing in sé, che è uno strumento tattico, occorrerebbe infatti riflettere su un concetto, a un livello più astratto, strategico. L’iniziativa. Allegri talvolta concedeva, per scelta, l’iniziativa agli avversari. In questo modo diventava difficile comprendere quando li subiva davvero. Una sfumatura più in là della gestione passiva della gara c’è l’assedio. E il limite è estremamente labile. 
 
SARRI NASCOSTO - Sarri al contrario l’iniziativa la vuole tutta, non ama giocare col fuoco. Non ama sfumare e diluire i difetti del proprio gioco, al massimo li riconosce. Ci ricordiamo tutti del suo Napoli, che pressava altissimo sempre e comunque. Certamente. Nondimeno dopo la parentesi (?) inglese dovremo fare i conti con un allenatore passato attraverso partite come queste, di discreto spessore..  



Davanti al guru Guardiola, nella finale della Carabao Cup (l’ultimo dei quattro confronti diretti), il Chelsea di Sarri scelse di attendere i giocatori del City molto umilmente, a metà campo. Una scelta strategica che sapeva innanzitutto di riconoscimento, rispetto del più forte. Sarri quattordici giorni prima ne aveva presi sei all’Etihad Stadium, per il semplice fatto che all’andata aveva osato vincere 2-0. Se ha rinunciato a pressare alto in quell’occasione, oggi può rinunciare benissimo anche alla tuta.
 
HAZARD, LA STAR - Inoltre va considerato Hazard. Sarri non aveva mai allenato una star del suo calibro. Con il belga l’ex tecnico del Napoli è dovuto scendere per la prima volta a compromessi. Non poteva certo esigere da lui le stesse corse che chiedeva a Mertens o Insigne. O almeno non sempre. Nei panni del falso nueve lo abbiamo visto nell’immagine sopra, osserviamolo ora in un inizio gara contro il Tottenham. È la semifinale della Carabao Cup, il ritorno.
 


Sul giro palla degli uomini di Pochettino il belga non innesca il pressing, anzi. Guarda la manovra e segue in corsetta. È Giroud, la prima punta, a dettare la pressione alta.
 



Anche quando il pallone torna al portiere, Hazard è fuori area, non ha seguito più di tanto l’invito del compagno. È una versione soft del pressing di Sarri. E Giroud è costretto a ‘spendere’ due corse. 



Sotto, siamo tornati alla finale di febbraio contro il City. Riconoscete nei Blues una squadra di Sarri?
 


Io no. Se il pressing non funziona alla perfezione perché qualcuno non è disposto a sposarlo al cento per cento, inutile prendersi dei rischi proprio contro i maestri dell’elusione e per giunta in una finale. Meglio riproporlo altrove, contro tutte le altre. 

QUEL NAPOLI DI SARRI... - Eppure il Napoli di Sarri (vedi sotto) aggrediva così la Juventus. Quanto contano le caratteristiche dei giocatori, la loro disponibilità! Insigne però non è Hazard, non è CR7.
 


In compenso sappiamo che Sarri in Inghilterra ha mitigato il suo credo. Ora sa di essere stato costretto a variare. Ma con la star delle star, con CR7, come si troverebbe? Che tipo di compromesso ha in mente? 
 
UN CASO INTERESSANTE – Ci sono infine tanti altri aspetti della fase difensiva di Sarri che varrebbe la pena di approfondire, per poi confrontarli con quella di Allegri. Limitiamoci a un caso particolare, a mio avviso molto interessante e significativo: il comportamento del lato debole di un 4-3-3 attaccato da un 3-4-1-2. Di recente abbiamo avuto modo di osservare Juve-Atalanta in Serie A e Arsenal-Chelsea in finale di Europa League, a poche settimane l’una dall’altra. Stesse contrapposizioni sulla carta, in pratica, scelte e interpretazioni diverse.
Ad esempio: Cuadrado, esterno alto del tridente bianconero, scendeva ad agganciarsi con la linea dei quattro per meglio preparare l’uscita successiva su Gosens, il quarto di centrocampo della Dea. Così facendo chiudeva l’area e permetteva a Cancelo di restare in copertura sul duello Zapata-Barzagli. In compenso la Juve perdeva una minaccia in ripartenza e concedeva campo. Per non parlare del dispendio di energie richiesto al giocatore in una partita che non contava nulla.
 


Ecco invece i rischi calcolati che si prendeva Sarri nel primo tempo di una finale di Europa League, contro il 3-4-1-2 dell’Arsenal. Quante volte Kolasinac era solo, largo a sinistra? Pedro non scendeva preventivamente in linea coi quattro, lo lasciava là finché non partiva il lancio. Sul pallone in viaggio avvenivano le scalate e le coperture, non prima. Fa tutta la differenza del mondo. Vedete Azpilicueta come sta stretto inizialmente sul centravanti avversario? Una volta partito il lancio, si staccava ai mille all’ora e scivolava su Kolasinac, consentendo a Pedro di fare se non proprio una bella vita, almeno una vita da attaccante.