Il peggiore in campo di Porto-Juventus non è stato l’eternamente acerbo Bentancur, ma l’arbitro. E non solo per il rigore solare negato ai bianconeri (il VAR lo avevano già spento?), bensì anche per una reiterata serie di ammonizioni a senso unico, che hanno tutelato una squadra, il Porto, dinamica e fin troppo rude, lasciata libera di randellare le caviglie avversarie con ripetuti interventi da dietro. Ammonirsi da soli non si può e se l’arbitro ti concede ogni libertà te la prendi.

L'ERRORE - Detto questo, la penosa prestazione juventina trova poche scusanti, ma parecchie cause. La prima - siamo costretti a ripeterci - sta nella famosa “costruzione da dietro”: sono almeno 6 o 7 partite in cui il torello difensivo bianconero rischia di sfociare in un gol ridicolo come quello di ieri sera. Quel continuo scambio di palla, perfino all'interno dell’area di rigore, in punta di piedi come in un leggiadro Lago dei Cigni, sempre sul filo del pressing avversario avrebbe, prima o poi, prodotto il tonfo di qualche ballerino. Ieri, è successo alla coppia Szczesny-Bentancur. Sarebbe potuto accadere ad altri e molto prima. La responsabilità tattica dell’allenatore sembra, nel caso, evidente: “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

8 VS 11 - I giocatori juventini, infatti, devono essere stati terrorizzati dai loro comandanti Tudor e Pirlo perché sotto pressing, a pochi metri dalla loro porta, tentano sempre il dribbling o il passaggio quando dovrebbero provare talvolta il lancio. Molte squadre contro la Juve provano il pressing perché sanno che può essere redditizio e la Juve, generosamente, provvede.
Di solito, quando si gioca in 8 contro 11 si perde. Ieri sera si è puntualmente avverato, perché se è vero che il calcio, come tutti gli sport di squadra, esemplifica il principio olistico secondo cui il risultato può essere maggiore della somma aritmetica dei singoli addendi, è vero anche il contrario: 11 giocatori possono rendere, in campo, come se fossero 8. E così è successo: Bentancur, Kulusevski, Ronaldo non sono pervenuti (come la temperatura di Cuneo). Sul primo, troppe favole, troppe illusioni: il compito di regista arretrato è superiore alle sue forze, fisiche e mentali. Sul secondo, troppi equivoci tattici: lo si relega, nel centrocampo, a mezzo metro dalla linea laterale in uno strettissimo corridoio nel quale, troppo spesso, inciampa. Il terzo era in serata no: per mezz’ora si è nascosto all’ala sinistra, come gli infortunati dell’era precambi.

CONVERSIONI - Le precarie condizioni fisiche hanno poi restituito un McKennie a mezzo servizio. Dire che Rabiot “è stato il meno peggio” significa molto. Non si è esentato dal confuso “ronzio” in cui spesso si annoda, ma ha tentato ciò che gli riesce meglio: la sgroppata in avanti. Il “senza voto” ha risparmiato Ramsey. Tutto questo per segnalare che la responsabilità, in questo caso, risale sulle sciagurate scelte di 2 anni fa: per cercare di rendere accettabile un centrocampo mediocre si cambia allenatore. Allegri-Sarri-Pirlo: chiamati a far rifulgere come oro ciò che, al massimo, è ottone. Questa è la madre di tutte le battaglie, foriera, purtroppo, di sempre più possibili sconfitte. Tentare di convertire l’ottone in oro pertiene al potere iniziatico della pietra filosofale. Ora, piuttosto di perseverare in improbabili combinazioni alchemiche, affidandosi a vari Paracelsi di turno, conviene guardare in faccia i metalli a disposizione. Considerare i giocatori per quel che sono: meglio un vero Padoin oggi che un improbabile pseudo Pogba domani.