Miralem Pjanic, centrocampista della Juventus, parla ad un evento Randstad dall'Allianz Stadium: "Sono nato in Bosnia ma sono venuto via molto presto. Sono cresciuto in Lussemburgo, un paese piccolo dove non ci sono stati problemi di guerra come accaduto in Bosnia. Per me era un sogno fare una grande carriera. Giocavo sempre con i più grandi, saltavo sempre le categorie e poi piano piano le grandi squadre hanno iniziato a seguirmi, a contattare la mia famiglia. La strada è stata lunga ma già da 9-10 anni le squadre venivano a vedermi. Il primo vero passo l'ho fatto a 13 anni quando ho lasciato casa e sono andato in Francia all'FC Metz. Avevo tante possibilità, ero sicuro che fosse la scelta giusta, mi sentivo come a casa ma andare via da casa non era facile. Non era troppo lontano da casa: 50-60 km. La mia famiglia veniva a vedermi ogni fine settimana, poi tornavo a casa, facevo una notte fuori e rientravo il giorno dopo. Da dove dormivano noi vedevo lo stadio della prima squadra".

BOSNIA - "Mio padre e mia madre se ne sono andati perché c'era la guerra. Mio padre giocava con una squadra, non ci lasciavano andare, non ci davano i documenti per lasciare il paese. Siamo andati 2,3,4 volte, poi è andata mia madre ed ha iniziato a piangere, piangevo anche io e alla fine ci hanno dato l'ok per lasciare il paese. Mio padre lavorava dalle 8 alle 4 e mia mamma dalle 4 alle 10. Quando mio padre tornava da lavoro andava a giocare con la sua squadra e mi portava con lui, per me è sempre stato un esempio come papà e come persona. Ha cresciuto una famiglia che se è andata da casa sua con tre buste in mano, senza niente, senza neanche sapere la lingua".

CARRIERA - "Anche nelle difficoltà sono sempre riuscito a combattere per i miei obiettivi. So bene dove sono cresciuti i miei genitori e i miei nonni. Questo mi fa capire dove sono arrivato oggi. Rispetto e ascoltare le persone più anziane mi ha aiutato. Chi mi allenava mi vedeva maturo, ero sempre pronto ad andare con i più grandi".

NAZIONALE - "Ho scelto la Bosnia anche se sul lato sportivo la scelta migliore sarebbe stata la Francia. A 18 anni avevo appena fatto un anno al Metz, sono andato al Lione e Domenech mi aveva chiamato per poter giocare con la Bosnia. Poco prima mi aveva chiamato anche la Francia. Ricordo che a 13 anni c'era Bosnia-Danimarca, sono partito con il pullman dal Lussemburgo per vedere quella partita. Potevamo qualificarci per le fasi finali dell'Europeo perdemmo ma l'atmosfera era fantastica e io volevo giocare in quello stadio e per quella nazionale. Quindi ho detto no a Domenech, volevo essere un giocatore della Bosnia".

CALCIO - "Il calcio va avanti sempre più veloce, diventa quasi la perfezione. Per essere al top in una grande squadra devi avere tante qualità tecniche. Le tue qualità devono però essere sempre messe in disucssione per migliorare e vincere qualcosa. In questo mondo c'è tanta concorrenza e tanti giocatori. Oggi è molto importante quello che fai fuori. Tu giochi quando tu alleni e prepari le partite, come riposi, come mangi, come bevi. Io l'ho capito tardi. Oggi a un giovane direi che il riposo e come mangi sono cose importanti. A me lo dicevano ma non ci credevo perché stavo bene. Giocare ogni tre giorni esige di stare bene con la testa e con il fisico. Giochiamo 50 partite all'anno. Ti devi sempre essere in discussione e devi essere sempre esigente con te stesso".

QUALITA' - "So che non sono il più veloce, non faccio doppi passi o sombreri. Non è il mio. Altri giocatori lo fanno in altre posizioni. Lo capisco ma io faccio quel che è meglio per il gioco della squadra. Giocare semplice. Mi piace avere la palla. Ho lavorato sui miei punti forti. So che posso fare bene. Ripeto, non sono il più veloce né faccio i dribbling di Douglas Costa. Lui è molto forte in questo. Io ho capito le mie qualità".

TESTA - "Quando vedo un giocatore capisco che giocatore è da quando riceve la palla e quando la chiede. Mi piace vedere come giocano gli altri, poi alla Juve ce ne sono diversi bravi (ride ndr). Per essere un grande calciatore non servono sempre piedi straordinari ma la testa fa tutto. Ti fa avanzare, nel lavoro e nella vita. Nel calcio ci sono tante pressioni e devi essere forte mentalmente. Oggi si guardano solo le cose negative. Un giocatore deve stare bene di testa ed essere preparato. I periodo buoni e meno buoni li hanno tutti durante la stagione. Cristiano è molto forte in questo, è sempre lucido e concentrato in ogni momento. E' così forte di testa e sicuro di sé che va avanti".

ALLENAMENTO - "Per arrivare a questi livelli devi aver già passato qualcosa nella tua carriera. Quando le cose vanno un po' meno bene devi fare il tuo dovere e rialzarsi, non è così semplice. A volte hai i tifosi contro, altre i giornalisti. In queste situazioni un giocatore deve dimostrare di poter dare tutto".

COSA SERVE - "Io credo che il rispetto sia una cosa importantissima per i giovani calciatori. Rispetto verso le persone è la cosa più importante. All'interno di un gruppo come il nostro è importante, per me è fondamentale".

SQUADRA - "Come si fa squadra? Era una domanda da fare al mister, lo ha fatto molto bene. Gestire 24 giocatori, 24 persone, non è facile. Ho sempre fatto i complimenti ad Allegri che su questo è stato eccezionale. Se riesci a vincere vuol dire che l'atmosfera del gruppo è giusta. Questa è una cosa complicata ma molto importante per un allenatore. Nel nostro vedo sempre massimo rispetto. Io ho sempre provato a migliorare ogni anno per stare tra i migliori centrocampisti al mondo. Continuerò a farlo finché non raggiungere l'obiettivo ed è perché sono alla Juve. Quando si perde non guardo mai gli altri, prima guardo me e mi chiedo perché non sono riuscito a dare il meglio di te. A volte capita che l'ambiente non ti faccia dare il meglio"

SE NON AVESSE FATTO IL CALCIATORE - "E' difficile, quando me lo chiedevano da piccolo io scrivevo che volevo fare il calciatore. E' una cosa complicata ma per me era un sogno. Non saprei che dire. Mio fratello è diverso da me, fa una grandissima scuola ma io non ero convinto come lui a scuola. Non saprei".

PADRE - "Come ho sempre detto, il rispetto che mi hanno dato i miei genitori ed essere educato è la cosa più importante, dire grazie e guardare la gente negli occhi. Siamo esseri umani, penso che il rispetto è la cosa più importante".