La memoria e gli affetti possiedono ancora un valore profondo e così i giocatori della Juventus domani sera contro il Parma saranno in campo con il lutto al braccio. Un omaggio senza riserve ad un campione che fu protagonista di una precisa epoca d’oro bianconera.

Il medesimo pensiero dovrebbe animare la Federazione e Roberto Mancini, uomo e allenatore sensibile che spesso si lascia andare dove lo porta il cuore. Un tributo dovuto al giocatore azzurro che, con un suo gol su rovesciata, contribuì alla vittoria dell’Europeo dell’Italia di Valcareggi.

Se ne è andato Pietro Anastasi, a settantun anni, dopo aver chiesto a sua moglie Anna e ai suoi suoi figli di aiutarlo, tenendolo per mano, a compiere l’ultimo scatto da passeggero su questa Terra per poter raggiungere, senza ulteriori sofferenze fisiche e morali, l’infinito dell’eternità.

Una storia, quella di Pietruzzu, la quale è modellata nella creta del calcio ma che possiede i colori e le fragranze di tantissime altre cose. A cominciare dal profumo di mandarini e di arance che lui per sempre si portò addosso e dentro l’anima con orgoglio come segno distintivo della sua Sicilia.

Era il 1968, anno di svolta epocale per la nostra società e per il modo di pensare. Nelle sale cinematografiche, seppure fossero passate molte lune, resisteva ancora “Rocco e i suoi fratelli”, il capolavoro del maestro Luchino Visconti. Il manifesto dell’immigrazione di gente povera e onesta con le valigie che odoravano di caciotta e salame piccante.

Nel 1968 Pietro Anastasi, appena ventenne, approdava alla Juventus dove avrebbe preso il posto di De Paoli. Era la prima delle tante operazioni inclusive volute da Gianni Agnelli per tentare di abbattere, almeno nel calcio, la barriera definita da quel triste slogan “non si affitta ai meridionali”. Sarebbero seguite quelle di Furino e di Causìo.

Anastasi era più che meridionale. Raccontava: “Mi chiamavano ‘u turcu, il turco, e la mia pelle appena prendevo un po’ di sole diventava nera come la pece”. Così, negli stadi del Nord, gli urlavano “tornatene a casa tua terrore”. E lui, ridendo felice, rispondeva: “Certo, sono un terrone. Orgogliosi e felice di esserlo. Ma parlo anche lombardo e soprattutto guadagno molto più di voi polentoni”. Fu il primo modello-vittima dell’intolleranza.

Ma fu anche il primo bomber che fece innamorare quasi visceralmente un’intera generazione di appassionati. Senza ostacoli di bandiera Con a fianco il giovanissimo Bettega, anche lui scuola Varese come Pietruzzu, per la gente rendeva il calcio la quintessenza della gioia e del divertimento quasi acrobatico. E quando Bettega si ammalò di tubercolosi provvide lui a sbrogliare la matassa a nome di tutti e due. Memorabili quei tre scudetti bianconeri.

Poi anche le storie più affascinanti hanno una fine. La sua, con la Juventus, terminò sotto la gestione di Carletto Parola e con un autentico ammutinamento di Anastasi costretto ad allenarsi da solo nel ritiro di Villar Perosa. Lo intervistai l’ultima volta proprio nella solitudine di quel luogo di montagna. Mi mostrò quanto fosse ferito e sanguinante dentro. Non riusciva a farsene una ragione plausibile.

Ci pensò quella volpe di Giampiero Boniperti. Spedì Anastasi all’Inter, dove non riuscì a ripetere le sue magie, e ingaggiò Roberto Boninsegna che tutti davano per “bollito” il quale divenne un punto fermo e fondamentale per i nuovi successi della squadra bianconera. Malgrado il trasferimento Pietro Anastasi rimase nei cuori del popolo bianconero. Aveva segnato un’ epoca. Aveva sigillato la Storia. Come aveva fatto Omar Sivori con quella appena precedente. Nessuno e niente potranno mai cancellare quelle pagine scritte da un terrone.