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Può piacere oppure no, ma un dato su tutti è incontestabile al pari di una rigorosa formula matematica. Esiste una sola squadra di calcio, in Italia, che possa “vantare” a livello popolare due precisi sentimenti di natura radicalmente opposta come l’amore e l’odio. Si tratta, naturalmente, della Juventus. Le ragioni di questa dicotomia impulsiva e persino compulsiva vanno ricercate in una zona dell’umano inconscio nella quale vengono elaborati ragionamenti che non fanno capo al semplice tifo di “contrada” e che sfruttano il gioco del pallone per argomentare su temi ben diversi e più profondi.

L’ennesima conferma, mai ce ne fosse stato bisogno, l’ho avuta leggendo il fiume di parole che ha invaso il sito di Calciomercato.com e de ilBiancoNero.com in risposta alla recensione che mi è parso doveroso scrivere sul prezioso film “Agnelli” in corso di proiezione sui canali di Sky. Dagli interventi dei lettori, arrivati in redazione da ogni angolo d’Italia, è possibile capire quanto e in quale misura il dibattito tra appassionati, allorchè il tema è la Juventus, sfugga alla canonica logica del tifo per andare a toccare corde il cui suono produce ben altra musica dai canoni promiscui come imprenditoria, finanza, moralità, etica, capacità manageriale e persino vocazione verso un certo tipo di illegalità. Insomma, l’impressione è che la sola parola Juventus abbia la forza di scatenare un autentico ciclone di sentimenti contrapposti e di giudizi i quali hanno più a che fare con la nostra vita sociale e politica piuttosto che con il calcio.

Una reazione direi naturale e anche comprensibile proprio per il fatto che una squadra come la Juventus, ripeto piaccia oppure anche no, rappresenta fedelmente persino nei contorni l’immagine del Paese Italia. Dal 1923, anno in cui Edoardo Agnelli venne eletto presidente della società bianconera, non è mai più esistita un’entità calcistica che sia stata trasmessa come titolo ereditario al successore della medesima famiglia. Tant’è, oggi sulla poltrona più importante della Juventus si trova seduto Andrea ovvero l’ultimo rappresentante maschio degli Agnelli dopo che l’incarico passò attraverso le figure carismatiche di Gianni e di Umberto. E proprio questo segno distintivo di appartenenza pressoché dinastico fa della Juventus un elemento non solo sportivo differente da tutti gli altri e addirittura simbolico in senso ampio per il “made in Italy” nel mondo.

Gli Agnelli, nuovamente che piaccia o no e seppure tra errori o omissioni, sono state figure di primissimo piano per la storia d’Italia dagli anni della guerra a quelli della ricostruzione, dal boom economico al periodo oscuro degli anni di piombo, dal momento della risalita socio-politica a quelli della stagnazione provocata dalla finanza. La Fiat, al di là degli aiuti e dei favoritismi ottenuti dal Sistema, non è mai stata una fabbrica ma “La Fabbrica” ovvero la macchina motrice dell’intero Paese.

Tantè, le dismissioni da tale ruolo decise da Marchionne e attuate da John Elkann hanno indiscutibilmente lasciato un vuoto incolmabile nel tessuto economico e sociale del nostro Paese. Oggi dei gioielli appartenuti all’Avvocato e a quindici anni dalla sua morte resta la Juventus al centro della bacheca espositiva. Una squadra e una società fatalmente non sovrapponibili a quelle del passato anche recente, ma non poi così tanti differenti per anima e per cuore da quella, anche lei vincente, allestita con grande ambizione dal giovane e sfortunato Edoardo. Oggetto di amore e di odio in eguale misura. Dunque unica nel suo genere.

@matattachia