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Se tre indizi fanno una prova, figuriamoci tre prove. Tre allenatori diversi, tre cocenti sconfitte contro avversari abbordabili - con relativa estromissione - agli ottavi di Champions. Sarri, il sopravvalutato profeta del bel calcio, Pirlo il sopravvalutato esordiente innovatore, Allegri il sopravvalutato realista per eccellenza, non ce l’hanno fatta. Non tanto a continuare a vincere (il primo, per il rotto della cuffia, ha agguantato uno scudetto) quanto a dare un’identità alla squadra, per tre anni rimasta in mezzo a un guado. Sì, stiamo parlando della Juventus.

Preda di dilemmi psicologici, “inallenabile”, con giocatori scarsi o male assortiti, alla mercé di allenatori inadeguati? Probabilmente tutto questo, ma cambiate gli addendi e il risultato non cambia. Da qualche anno corrono poco o corrono male, sono lenti, se attaccano sono prevedibili. La Juve prima veniva incensata per avere la miglior difesa del Campionato, oggi viene lodata perché è la terza per numero di goal subiti. A meno che non giochi in contropiede (e per altro ne vanno sprecati molti) spazi a centrocampo o in avanti non ne trova: avversari grandi e piccoli si difendono sempre troppo egregiamente. Ha ragione Evra “tutto gira troppo lentamente”.

Un giorno è Locatelli, l’altro è Arthur: nessuno sa prendere per mano la squadra e per un Cuadrado che salta due volte l’uomo a partita, il resto è una rete di passaggi indietro o orizzontali. Che si tratti di affrontare il Torino, la Fiorentina, il Venezia o il Villarreal (paradossalmente ieri sera non è stata la peggior prestazione) tutto risulta troppo prevedibile. E troppo ripetuto.

Allegri fa bene a non prendersela coi giocatori a non insultarli come ha fatto Mourinho  con i suoi, ma non può parlare di “disonestà intellettuale” perché non si riconosce tutto quello che “ha saputo fare la Juve fino ad oggi”. Che cosa ha fatto di tanto diverso dagli altri due anni? In Campionato, in Champions, sul piano dei risultati, sul piano del gioco? Cosa ha fatto? Forse è addirittura peggiorata. Dire che restano ancora la Coppa Italia o il quarto posto è quel minimo sindacale frutto d’un encomiabile “non tiriamoci giù” perché la stagione non è ancora finita e l’abbattersi non può essere un metodo, anche se, in fondo, il calcio è anche questo: sogno e, spesso, amaro risveglio.

Diceva Ungaretti: “Ti basta un’illusione per farti coraggio”. Ora la Juve il coraggio lo deve saper trovare nella delusione.