Ricorderanno tutti la scena del film Aprile nella quale Nanni Moretti invita Massimo D’Alema, quasi supplicando, a dire “almeno una cosa di sinistra”. Parafrasando, potremmo rivolgerci a Maurizio Sarri sulla medesima linea d’onda chiedendogli quando la sua Juventus sarà in grado di mostrarci qualcosa di “autenticamente sarriano”, ammesso che la definizione abbia un valore reale e non soltanto teorico.

La squadra bianconera resta in testa alla classifica e vince nè più e nè meno di come ha fatto nelle ultime otto stagioni. Eppure la tanto proclamata “rivoluzione culturale” che avrebbe dovuto condurre alla realizzazione dello spettacolo, oltreché dei risultati, per il momento è rimasta nella testa di coloro i quali l’avevano annunciata. I successi della Juventus, così come taluni scivoloni, non fanno capo a nulla di realmente nuovo o di diverso da quelli ottenuti nel recente passato, prima dell’avvento di Sarri.

A precisa domanda sul tema il tecnico bianconero risponde adducendo argomentazioni di carattere psicanalitico. Una in particolare, quando insiste nel parlare di “mentalità sbagliata”. E’ certamente vero, ma è altrettanto vero che proprio la mentalità rappresenta quel valore aggiunto che deve essere trasmesso dall’allenatore ai suoi giocatori. E, sotto questo aspetto, l’impressione è che tra Sarri e la squadra vi sia un chiaro difetto di comunicazione se non proprio addirittura un autentico cortocircuito. Ciò che Sarri riusciva a trasmettere ai suoi “allievi” del Napoli, con i campioni già fatti e formati della Juventus rimane lettera morta.

A questo punto è legittimo chiedersi se e fino a che punto sia valsa la pena montare tutto il casino dell’anno scorso per cacciare Massimiliano Allegri e ingaggiare un allenatore che, fino ad oggi e dopo mesi di lavoro, non è riuscito a spostare i meccanismi tattici della squadra per arrivare a concretizzare quel tipo di calcio che ha in mente lui, ma soltanto lui. Un peccato comunque. Soprattutto per lo stesso Sarri il quale, per mancanza di attenzione da parte dei suoi giocatori, rischia di giocarsi la sua fama da ”profeta” dello spettacolo per diventare un allenatore come tutti gli altri.