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Direbbe Alberto Angela: è una tragedia nella tragedia. La fase difensiva della Juve, ecco, è esattamente questo. Un dramma, ma senza l'epica; un incubo, e senza risveglio. Non solo nel concetto di difendere, ma nell'organizzazione stessa. Da Bonucci a Bremer, passando per la serata amarissima di Alex Sandro - una di tante, a questo punto -, la squadra di Allegri si è ritrovata come il re che si vede puntato addosso il dito del bambino: guardate tutti, è una retroguardia nuda. Nuda nel senso di scoperta, slegata, fatta di scompartimenti sconnessi e aggrappati a una promessa mai realizzata. L'aveva fatta Allegri, quando disse di voler tornare ai fondamentali: prima badare alla fase difensiva, poi ridare un senso a quella offensiva. Oggi, francamente, manca tutto. 

I NUMERI - E a certificarlo sono i numeri: in 12 partite tra Serie A e Champions League, la Juve subisce in media 14.5 tiri a gara; 14.3 è il numero dei contrasti medi (più alti in Champions League), 12 è invece il numero dei gol subiti (7 in Serie A, 5 in Champions). E allora, di cosa parliamo? Di una squadra sicuramente fragile, e dalla sua fragilità scaturisce anche l'insicurezza nei propri mezzi. Un passo dopo l'altro, diceva Max: ma verso il baratro. 

GLI INTERPRETI - Anche San Siro si è illuminato di errori di concetto, rispetto alle inesattezze dei singoli: com'era schierata la Juve a campo aperto sul contropiede miracoloso di Brahim? E da dov'è nata l'incertezza di Alex Sandro poco prima, quando Tomori ha deciso la partita con un guizzo? La sensazione è che si sia sottovalutato altamente il mercato, sopravvalutato altamente il contesto e i giocatori a disposizione. Manca filtro, manca gamba, manca voglia di incidere. E manca la Juve, che aveva tutto questo, in quei tempi in cui tutto quello le sembrava scontato.