Ultimi novanta più recupero, poi la musica sarà finita con tanti saluti di arrivederci per chi ci sarà al nuovo giro di giostra. Uno di loro non timbrerà il cartellino. Ha lasciato Torino questa mattina con i suoi quasi ex ragazzi e da Genova, dove questa sera andrà a farsi l’ultima con la Signora contro la Sampdoria, punterà diretto verso Livorno che non è soltanto la città dove è nato ma la sua copertina di Linus. Ha già provveduto a cambiare look, tagliandosi i capelli cortissimi in testa, per affrontare il sole dell’estate che troverà davanti al suo mare di scoglio. Svestirà camicia, cravatta e abito blu di rappresentanza per indossare i jeans al ginocchio, una maglietta e le ciabatte.

 Così abbigliato ed esteticamente rivisitato tornerà a sembrare un ragazzino e potrà gettarsi nel mucchio composto dai suoi vecchi e immutabili amici del bar a “inventare” nuove e divertenti cazzate. Se il popolo bianconero lo vedesse probabilmente faticherebbe a riconoscerlo. Se il popolo juventino fosse in grado di capire, anche attraverso questa metamorfosi, chi è veramente l’uomo Massimiliano Allegri allora sarebbe tentato di porsi la classica domanda da cento milioni di dollari: ma davvero e fino a che punto la Juventus ha fatto la scelta giusta privandosi dell’allenatore dei cinque scudetti in fila?

La risposta, al netto da chi arriverà per prendere il suo posto e per autentica convinzione personale, è nettamente negativa. Non per una questione di simpatia o per ragioni preconcette. Soltanto per amore del realismo confortato da oggettivi dati alla mano. Non ci si priva in nessun caso di un dirigente di azienda che, con il suo lavoro e la sua competenza, ha permesso di chiudere non una ma cinque volte il bilancio in attivo. E per bilancio intendo, naturalmente, i risultati sportivi ottenuti sul campo. Poi c’è anche l’aspetto morale da tenere in considerazione. Cioè il comportamento di un professionista che ha saputo fare gruppo e riuscire a dialogare con i suoi ragazzi senza la necessità di esagerare in sistemi e metodi da scuola dei marines americani. Una persona normale nel mondo di tanta e stucchevole anormalità.
Comunque amen. Siccome, come si dice, ogni cosa fatta capo ha indietro non è possibile tornare. L’unica azione ragionevole, peraltro già consumata allo Stadium la settimana scorsa, è quella di alzarsi in piedi, applaudire con spirito sincero e ringraziare augurando buona fortuna all’uomo che se ne va. Il calcio, come purtroppo ormai quasi tutte le attività umane legate al concetto di produzione, ha stampato il fronte il sigillo del cinismo e della ricerca della novità ad ogni costo. Da tempo non esistono più le bandiere, ma adesso non esistono più neppure i rapporti interpersonali definiti dalla gratitudine e dalle parole date. Allegri, naturalmente, non è una vittima di questo Sistema (troverà subitissimo lavoro altrove e addirittura meglio retribuito) ma è certamente almeno in questo momento il simbolo sacrificale di una schizofrenia diffusa.

Avere rimorsi non ha alcun senso in nessun caso. Però qualche rimpiantuccio è sempre in agguato dietro l’angolo pronto a saltarti addosso e a farti del male. Neppure la Juventus che pure possiede la struttura di un monolite impossibile da graffiare, può pensare di poter sfuggire a questa regola pressoché matematica. Certamente, Nedved in primis, farà di tutto per evitare che ciò accada aiutando il presidente Agnelli a portare a casa il meglio che c’è in circolazione. Ma, per la serie non si sa mai, sarebbe opportuno che a questa operazione di rinnovamento della panchina vengano affiancate anche assortite attività scaramantiche. Perché sarebbe davvero un bel guaio se nella Juventus e tra il suo popolo qualcuno, strada facendo, si trovasse nella condizione di pensare a Massimiliano Allegri con rimpianto.