In mezzo al guado. Qui si trova la Juventus. Una posizione scomoda, ma non necessariamente negativa: dipende da che punto di vista si guardi, da quanto può durare e se sia frutto del caso o meno.

Se stare in mezzo al guado, lasciando le certezze d’un tempo per trovarne di migliori, è frutto d’una scelta consapevole, ci possiamo stare. Altrimenti no. “Alloggiare” nella corrente, intravedendo a tratti l’altra riva, ha un senso a patto di intravedere segnali d’avvicinamento e se ci si dà una scadenza. Soprattutto se s’identifica l’altra riva. Con Pirlo e qualche ultimo innesto, alla Juve hanno deciso di voltare pagina per cambiare obiettivo. Non a caso il motto societario, che fa ancora una certa fatica a scalzare quello vecchio (“Vincere non è importante ecc.”) è stato sostituito da “Guardare avanti”. Fra poco la Champions cambierà, sarà una specie di campionato a gironi e l’UEFA aggiungerà un ulteriore torneo ai due già esistenti. Insomma l’offerta di calcio internazionale aumenterà a dismisura, perciò alla Juventus hanno deciso di cambiare rotta: produrre un calcio migliore per un palcoscenico più vasto e non accontentarsi di vincere un Campionato o una Supercoppa.

Hanno fatto una scommessa, rischiando perché il gioco è cambiato, ma senza diventare così convincente e brillante come si pensava. In compenso, i risultati non sono ancora arrivati perché la coperta è troppo corta. Vuoi i risultati, almeno in Italia? Torna all’antico: si è visto nella seconda parte della stagione passata, con Sarri, e anche quest’anno (Inter in Coppa Italia e Roma). Vuoi il gioco? Provaci, ma ci vuole tempo. Si è visto anche questo, con alti e bassi.

E’ abbastanza chiaro che il DNA juventino sembra essere ancora quello allegriano con due linee di difesa ravvicinata e contropiede. Ma è questo che si vuole? Oppure si cerca un cambio di mentalità, un gioco più propositivo e dominante? Permanere troppo in mezzo al guado significherebbe alimentare un equivoco e rischiare di cadere nella crisi d’identità come forma di normalità. In pratica essere l’Inter o il Milan dell’ultimo decennio, squadre per cui uno scudetto rappresenta il massimo punto di arrivo.

I paragoni tra Conte, considerato un grande, vincente allenatore e Pirlo, un “raccomandato” senza esperienza, non tengono conto di una semplice differenza: a Pirlo (e prima di lui a Sarri) non hanno detto “vinci il campionato”. Gli hanno detto: “guarda avanti”, all’ Europa, alla Juve del futuro. Il futuro contro l’immediato. D’altra parte, gli ultimi 10 anni delle due squadre sono completamente diversi. Se si voleva continuare nel solco della conferma dell’esistente si sarebbe tenuto Allegri. Il punto, quindi, non è tanto l’allenatore, secondo l’eterna catena del rimpianto che nell’ incertezza, loda sempre i tempi andati: con Allegri era meglio Conte, con Sarri  Allegri, con Pirlo Sarri... Piuttosto, il rapporto tra qualità della rosa e altezza dell’obiettivo. Sarebbe bello essere smentiti, ma il nodo da due anni, è questo e non si scioglie se non si ha il coraggio di riconoscere che Rabiot e Ramsey sono stati due errori. Bastano due paragoni. Tutti tra parametri zero: Ramsey e Khedira. Rabiot e Khedira. Alla fine chi è stato, fino ad ora, migliore? In entrambi i casi, la risposta sarà la medesima: Khedira. I due giocatori su cui si è fondato il rinnovamento juventino nella zona nevralgica del gioco, non hanno dato l’esito sperato. Con lo stesso periodo di tempo a disposizione, invece, Danilo si è ritrovato, ma i ruoli sono diversi. Se non si ha il coraggio di riconoscere gli errori perpetrati in ruoli fondamentali, l’acqua continuerà a scorrere e a cambiare, ma la Juve resterà nello stesso punto: in mezzo al guado.