Accento toscano, inconfondibile. "Firenze?", "No deh, sono di Livorno". Dall'altra parte del telefono c'è Edoardo Degl'Innocenti. Ieri ragazzo prodigio delle giovanili della Fiorentina con un contratto con la Nike firmato a 16 anni e tutta la scalata fino alla Primavera viola, oggi: "Gioco in Promozione nel Saline, vicino Cecina, e lavoro in una ditta di trattamento di acque" racconta oggi nella nostra intervista. Il massimo traguardo raggiunto una panchina in B col Pisa, il calcio-business non fa per lui: "Da piccolo mi piaceva per pura passione, quando ho visto che si iniziava a parlare di contratti e milioni ho mollato. In quel mondo o sei spensierato o rischi di rimanere soffocato. E io di pensieri per la testa ne ho sempre tanti". Alcuni di questi riportato a Federico Chiesa, ex compagno e amico fraterno di Edoardo col quale ha condiviso lo spogliatoio e una parte di vita.

Quanto avete giocato insieme?
"Io e Fede abbiamo giocato insieme un anno negli Allievi Nazionali e due in Primavera. Lui è un classe '97, io '98 e giocavo sotto età. Ci conosciamo da quando sono arrivato a Firenze a 15 anni".

Che ricordi ha di Federico nelle giovanili della Fiorentina?
"Negli Allievi giocava sempre poco, il titolare era Minelli. Ma non mi scorderò mai un gol contro il Catania: si accentrò e lasciò partire un tiro a giro che finì sotto al sette. Sembrava di rivedere il padre. In quel momento capii che sarebbe diventato uno dei più forti giocatori italiani. Ma si vedeva anche in allenamento, gli veniva tutto naturale".

Che ragazzo è fuori dal calcio?
"Ci frequentavamo molto, soprattutto gli anni della Primavera nei quali io avendo compiuto già 18 anni non avevo più il tutor che mi seguiva ed eravamo tutti più autonomi. Fede non è un tipo che parla molto, il classico ragazzo che si sposterebbe se dovesse cadere il mondo. Non si capiva mai cosa provava, le emozioni se le teneva tutte dentro".

Ci racconta un aneddoto?
"Ce ne sarebbero tantissimi! Mi ricordo quando veniva al campo direttamente con la divisa della scuola americana che frequentava. Noi lo prendevamo in giro, gli dicevamo che sembrava un bidello e lui si metteva a ridere. E' sempre stato un ragazzo umile ed equilibrato, non diceva mai una parola fuori posto e non faceva pesare il cognome che portava. Quando eravamo tutti insieme per noi era semplicemente Fede, non il figlio di Chiesa. Anche quando andavamo in giro per la città si vestiva in modo ordinato ma semplice: aveva sempre un maglioncino blu della Ralph Lauren, scarpe Stan Smith e un giacchettino. A vederlo sembrava... un deficiente!".

Ce ne dica un altro.
"Una sera siamo usciti io, lui e un altro amico per festeggiare una super vittoria con la Juve e poi siamo andati a dormire da Fede. Siamo rientrati verso le 4, avevamo bevuto un po' e tornando a casa abbiamo cercato di fare piano per non farci sentire dal padre Enrico che era ancora sul divano a guardare Sky Sport. La mattina dopo si è presentato con le brioche alla crema dicendoci: "Che bella vita che fate". Io ho pensato che anche lui non se la passa male se alle 4 è ancora davanti alla tv, ma Fede ci aveva detto di non dire nulla. Da quella frase e dallo sguardo del padre aveva capito che per questa volta gliel'aveva fatta passare, ma non doveva più succedere".

Che rapporto c'è tra Enrico e Federico?
"Il padre non gli faceva mai capire che stava andando bene e Fede questa cosa un po' la soffriva. Enrico voleva sempre di più dal figlio: non per presunzione, ma perché cercava di stimolarlo in continuazione. Se segnava due gol gli diceva che aveva fatto il suo, nulla di eccezionale. Il messaggio, finché era in Primavera, era quello di tirare fuori tutte le sue qualità".

E tra di voi che rapporto c'era?
"Ottimo. Stravedevamo uno per l'altro, ci scambiavamo sempre consigli. Se il mister o i compagni gli andavano contro Fede non metteva la testa sotto la sabbia, non è il tipo. Ha una personalità incredibile. Mi ricordo un episodio nel quale mister Guidi durante tutta la settimana gli diceva che non proteggeva mai il pallone ma cercava sempre il dribbling, contro lo Spezia prese il pallone proteggendolo dagli avversari, ne saltò due e fece gol. Era fatto così. Trasformava un rimprovero in uno stimolo".

Si ricorda il giorno in cui Paulo Sousa lo fece debuttare proprio contro la Juve?
"Molto bene. L'allenatore decise di inserire Federico per mandare un messaggio alla società, perché si lamentava dei pochi acquisti. Alla fine però avrà pensato che Fede era bravo davvero e che forse sarebbe stato meglio continuare a farlo giocare".

Che effetto le fa vedere Federico con la maglia della Juve?
"Non seguo molto il calcio, simpatizzo per la Fiorentina perché c'ho giocato. E capisco che il passaggio dai viola alla Juve può destabilizzare un tifoso. A Torino però hanno qualcosa di diverso dalle altre società: oltre a far crescere i giocatori creano anche uomini. Fede in bianconero può diventare più forte anche a livello umano confrontandosi tutti i giorni con giocatori che hanno fatto la storia, facendo la Champions League e affrontando campioni di tutto il mondo. Per un giovane come lui è un palcoscenico importante per capire se è pronto per giocare contro Mbappé e gli altri. Secondo me sì, ma deve rendersene conto lui".

Vi siete sentiti dopo il trasferimento in bianconero?
"Purtroppo non ci sentiamo da anni. Io non sono un ragazzo che chiama o manda messaggi solo perché ora è passato alla Juve, mi piace ricordare i nostri bei momenti passati insieme sperando che magari possa leggere quest'intervista per far sì che ci possa rimettere in contatto".