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Ne farebbe a meno anche Mourinho, esternatore indefesso, dell’obbligo di presentarsi nel post partita davanti ai microfoni o in sala stampa. Sempre lì, gli allenatori, obbligati a una parola di troppo o di troppo poco, costretti a digerirla in pubblico la sconfitta o la prestazione mediocre. E poi: ma c’è sempre qualcosa da dire? Infatti, i “mister” si barcamenano, rendono evidente quello che è palese o trovano le solite scuse, tirando in ballo la sfortuna. Qualcuno si lamenta dell’arbitro. Però solo se perde. Se vince mai, nemmeno quando gli regalano tre rigori. Alla fine, il carattere un po’ viene fuori: orso Sarri, olimpico Pioli, demagogo Mou ecc.

Allegri è quello dell’aplomb canzonatorio: sovente banalità condite da un sorriso furbo, che spesso dice il contrario, magari anche qualche battuta dal sapore spontaneo. Molte formule ripetute (“I ragazzi hanno fatto bene… abbiamo avuto troppa fretta… il calcio è semplice ovvìa…”) e il classico riduzionismo toscano teso a smontare tutto. Se ce la fa, recita lo stesso copione impostato sul tono medio. Si imbizzarrì solo con Sacchi, incapace di apprezzare il suo calcio. E con Adani. Può anche liberarsi stizzosamente del cappottino o della giacca a bordo campo nei minuti finali, ma di fronte ai microfoni pochi lamenti e pochi azzardi. Memorabile il suo recente “Irrati ha arbitrato benissimo” dopo l’Inter.

Comunque, ultimamente, una cosa lo fa imbestialire. Basta nominare Vlahovic e cambia espressione. S’irrigidisce anche se Dusan ha segnato. Ieri sera dopo la vittoria con la Fiorentina, Monica Bertini, conduttrice di Mediaset, gli ha chiesto: “Ecco, che ci dice su Vlahovic?” E lui: “Che vi dico? Che vi dico? Ha 22 anni, qualche volta vuole strafare, ma è normale, deve maturare…ha 22 anni. Ma - però ora me lo dovete dire voi - che c’avete voi giornalisti? Davvero! Mah, siete incredibili!” Nello studio si sono guardati perplessi e stupiti: “Che voleva dire? Non abbiamo capito. Con chi ce l’aveva?”.

Allegri, quest’anno, ha subito un beffardo contrappasso: l’unica partita giocata davvero bene, la Juve l’ha persa immeritatamente dominando. Anche nella prima, contro il Villarreal, avrebbe meritato di più. Nelle altre i soliti “corti musi”, la solita “halma” e la pragmaticità che fa rima con mediocrità. Anche se a certa critica c’è abituato Vlahovic, per lui sta diventando un tabù. Non tollera l’idea che gli dicano di aver normalizzato un fenomeno, di aver messo la camicia di forza a un purosangue. Il semplice accenno al fatto di aver irregimentato quel furore che trascinava la Viola o di volerlo irretire con troppa disciplina lo manda in bestia. Allora viene fuori forse il vero difetto di Allegri: un eccessivo paternalismo che lo fa stare in guardia dai “troppo giovani”, da uno di “solo” 22 anni come se non esistessero campioni o buoni giocatori sbocciati molto prima, come se l’arte d’un allenatore non fosse di saper trasmettere anche entusiasmo, coraggio e un po’ di rischio.