"Cosa devono aspettarsi i tifosi della Juventus all’indomani della maxi-perdita (almeno 191 milioni) evidenziata dalla semestrale Exor?". Apre così l'analisi del Corriere dello Sport, che fa il punto sul futuro di Exor e della Juventus, di cui la società in capo a John Elkann è controllante. Il quotidiano scava nel rapporto tra le due società e racconta attese, strategie e volontà per il futuro. Con due strade da seguire e un rapporto complesso tra le attese dei tifosi e quelle degli azionisti. Quale sarà il futuro economico del club. 

La holding fondata dall’Avvocato e controllata da John Elkann ha partecipazioni in Stellantis, Ferrari e CNH, oltre a possedere la Juventus e alcuni gruppi editoriali, come da tradizione. Ma "Exor - si legge - non è il giocattolo della famiglia Agnelli (e neppure di John Elkann) ma una società quotata, partecipata da importanti fondi di investimento in un mercato pubblico con un 30% flottante. I suoi investimenti devono essere giustificati da prestazioni finanziarie, non da tradizioni familiari o passioni sportive. Inoltre, essendo quotata, la stessa Juventus deve mostrare analoghi requisiti ad azionisti istituzionali (oltre a Exor) e piccoli risparmiatori". 

Il problema è il calcio? No, in un portafoglio di investimenti la presenza di una squadra di calcio non è negativa in sé. Ma gli esempi floridi che si vedono all'estero - Manchester City e United - sono difficilmente ripetibili in Serie A, dove la Juventus sconta debolezze strutturali del nostro calcio. Gli asset sportivi, però, hanno un vantaggio: compensano la volatilità di altri titoli, essendo poco sensibili alle oscillazioni del mercato (hanno un "beta" basso, cioè una bassa oscillazione di movimenti del listino) e godono di ricavi dati da flussi finanziari prevedibili come biglietteria e diritti tv. Inoltre, i piccoli azionisti tifosi assegnano ai titoli dei club il valore di un trofeo: per amore dei colori le tengono a oltranza, stabilizzandone il prezzo. Questo basta? No, non per una holding.

Quale sarà quindi la strategia della Juventus? Il Corriere dello Sport scrive: "Per anni ne ha avuto una: perseguire la competitività sportiva conquistando dominanza in Italia, estrarre dallo stadio ricavi stabili, possedere molti giocatori per generare ricavi da player trading con cui sopperire alla debolezza strutturale dei diritti domestici, elevare il profilo del brand, non tanto per assaltare la Champions oggetto del desiderio quanto per inserirsi nella élite europea. Nel 2018 CR7 non fu peccato di hybris, ma tassello di quella mission: l’uomo da 200 milioni di follower, icona di lifestyle, da sfruttare come formidabile traino commerciale. La Superlega era il punto d’arrivo di quella marcia: garantiva ricavi altissimi e stabili che avrebbero giustificato la presenza della Juve nel portafoglio Exor, oltre a regalare un windfall immediato da 300 milioni con cui sollevare gli azionisti dall’incombenza di un aumento di capitale. Senza il finale sperato, la strategia non c’è più: Ronaldo è partito senza rimpianti, la squadra stenta a trovare una fisionomia senza la sfacciata dominanza degli ultimi anni, in borsa il titolo vivacchia senza una precisa direzione o forse aspettando di capire quale sarà".

E ora? Oggi la Juventus deve trovare la direzione, con due strade: "primo, può tentare di agganciare il treno dei top club trascinati da capitali imponenti, con cui si può competere solo con investimenti colossali, ma è difficile imbastire un piano convincente dopo aver fallito perfino con CR7; secondo - si legge - inseguire il mantra della sostenibilità: pareggiare i conti, smettere di offrire super ingaggi per attrarre i migliori, scommettere sui giovani, costruire un modello nuovo che non chieda più soldi agli azionisti e così perpetuare, forse, la dominanza domestica". Non il massimo per chi vive di sogni e per un popolo, quello bianconero, che ora vuole dominare anche in Europa.