Quello che si dovrebbe fare, quello che non si fa, quello che si fa. Il procuratore Giovanni Branchini, nella sua recente intervista al “Corriere dello Sport” ha tracciato almeno una linea prospettica del calcio italiano: programmazione, sguardo acuto sui giovani, pazienza e, in fondo, anche prendere atto che non possiamo coltivare sogni troppo fuori dalla nostra portata. Invece la sensazione è che ci comportiamo come quei nobili decaduti, illusi ancora da vecchi splendori, pieni di aspettative, col grande colpo dietro l’angolo. Ma i soldi sono pochi, lo spettacolo langue, la Lega di seria A non attira milioni di spettatori entusiasti (leggi: diritti). Al massimo, si sogna uno scudetto o uno tra i primi quattro posti. Fra chi sta più indietro ci si accontenta d’ “un gioco spumeggiante” alla Italiano, di confermare una certa vitalità (Sassuolo) o di non retrocedere.

La programmazione e gli investimenti sul futuro sembrano frenati dalla necessità di vincere qualcosa subito, gli scambi e i nuovi innesti si basano-come ha scritto Sconcerti-su una specie di economia della toppa: ritorni a casa di campioni invecchiati, parametri zero, rateizzazioni quinquennali, triangolazioni infinite.

La Juventus, per esempio, non sembra che voglia puntare decisamente sui suoi giovani, quest’anno degni di ottime prestazioni. Il rischio (ragionato) è considerato un lusso o un pericolo non solo a Torino, ma anche in altre squadre “importanti”. In molti casi il nuovo s’identifica col vecchio, con l’illusione che chi è stato grande, ritornando o arrivando a fine carriera, lo diventi ancor più. Ecco allora le operazioni Lukaku e Pogba. A pochi viene in mente che, in fondo, Lukaku in Premier non ce la fa e Pogba non ha mai fatto la differenza. Proprio l’idea che, invece, da noi certi giocatori possano tornare quelli d’una volta dovrebbe far sorgere una domanda: il nostro è un campionato in cui l’asticella si abbassa? Già: Capello docet. Anche Di Maria, accolto come un risolutore, significa questo, anche il fatto che Dybala, da noi un campione, forse non sia ritenuto tale in Spagna, Germania o, per non parlare della Premier, addirittura in Francia.

Insomma, più che sul futuro sembriamo costretti a investire sul passato se non remoto, almeno prossimo. E il vento che tira pare essere quello dell’autarchia. Ovvero dei confini nazionali. Più che mettere la testa fuori, sulla scena internazionale, siamo costretti a alzarla nei confini nazionali. Per raggiungere l’agognato sogno dello scudetto diventiamo, così, la patria dei cavalli di ritorno. Quelli d’andata non ce li possiamo permettere.