È assai verosimile che tra la società Juventus e Allegri sia in corso un braccio di ferro. E forse non si tratta di un fatto del tutto negativo: in questo momento bisogna gettare le basi, non per un ritocco, bensì per una ristrutturazione. La difesa, senza Chiellini, con l’invecchiamento di Bonucci, la labilità di De Sciglio e l’indolenza cronica di Alex Sandro va messa radicalmente a posto. Cuadrado terzino è qualcosa a metà tra l’equivoco e lo spreco.

Il centrocampo va rifatto per metà. Forse il solo attacco ha bisogno d’un’integrazione. Per il resto, stiamo parlando di almeno sei giocatori. Non sappiamo bene se davvero gli obiettivi condivisi da Allegri e dalla società, all’inizio della scorsa stagione, fossero stati scudetto e un considerevole avanzamento in Champions. Se così fosse, entrambi hanno peccato di presunzione, perché non si fanno le nozze coi fichi secchi e in quella compagine di fichi secchi ce n’erano (ce ne sono) parecchi. Partito Ronaldo, è arrivato Vlahovic a metà campionato, con Chiesa già fuori da un po’ e McKennie azzoppato nell’ ultimo terzo delle competizioni. Kean è stato un fiasco, Zakaria un enigma.

È dunque giusto che l’allenatore punti i piedi se si vuole rialzare la testa subito. Altro discorso darsi scadenze più lunghe e allora sotto con differenti argomenti: spazio ai giovani, alle sperimentazioni a uno scouting più penetrante. Ristrutturazione e non piccole correzioni. Anche il lusso d’un solo bel colpo (Pogba) non basta a raddrizzare una situazione critica, che non nasce ieri, ma va avanti da tre anni e con tre allenatori diversi.

Allegri è riuscito comporre perfettamente l’equazione: brutto gioco-cattivi risultati, ma lo scudetto acciuffato per la coda e l’eliminazione subita dal Lione da Sarri hanno tracciato la strada, Pirlo ha continuato su quella rotta (poco gioco, Coppa Italia e Supercoppa, quarto posto all'ultimo quarto d’ora). Si può sognare quanto si vuole, però con questi giocatori (senza Ronaldo, Chiesa, McKennie e con Arthur, Rabiot, Ramsey, Kean) pochi allenatori avrebbero fatto molto meglio.

Come il merito non è mai d’uno solo, così anche la sconfitta ha più padri. Per un malato non c’è niente di peggio che convincersi di star bene. La Juve, questa Juve non sta bene. Riconoscerlo, comportarsi di conseguenza, individuare le terapie necessarie è doveroso. Così come stabilire i tempi d’ una possibile guarigione.