Non è la prima volta che ritrova la Juve da avversario, l’ultima era stata un po’ meno d’una decina d’anni fa, sempre coi colori rossoneri. Il suo esordio sulla scena che conta, avvenne con la Juve 16 anni fa. Ibrahimovic, da subito, aveva conquistato tecnici, tifosi, opinionisti. Straripante in tutto: nel carattere, nell’agilità, nella potenza. L’aveva fortissimamente voluto Moggi, che di giocatori se ne intendeva. Capello lo obbligò a vedere filmati di Van Basten a ripetizione. Lui non lo deluse.

Divenne l’incontrastata bandiera della Juve dei due scudetti revocati, ma come annusò aria di crisi s’accasò dai rivali di sempre. All’ Inter, chiudendo il cerchio della beffa o della congiura. Ma, in realtà, Zlatan non poteva essere e non è stato la bandiera di nessuno. Un cavaliere di ventura con un un’infanzia nel ghetto di Rosengard, pronto non a tradire, piuttosto a fuggire da un presente feroce (il padre gonfio di birra e lacrime, un fratello morto giovanissimo, l’emarginazione sociale) guidato dalla stella polare del riscatto personale. Pronto ad andare là dove il soldo brilla di più e a cambiare patria, secondo il DNA d’un apolide che, pur giocando per la Svezia, non ha mai cancellato fino in fondo le proprie stimmate delle radici balcaniche. Sì, non fu tra i fedeli che accompagnarono la Juventus in B, ma lui non è mai stato fedele a nessuno o questa è stata la sua fedeltà: pochi anni e poi via. Inter, Milan, Barcellona, Paris Saint Germain, United, Los Angeles Galaxy…e ora, di nuovo, Milan.

Attratto dai caratteri forti, volle bene a Capello e Mourinho; non riuscì a piegarsi alla ferrea diplomazia di Guardiola che lo accolse dettandogli subito un decalogo comportamentale. Ibra, che ritrova la Juve, ricorda ancora la grande ferita e la grande occasione mancata d’una lunga carriera bianconera, ma quest’ultima sarebbe stata, comunque, un’illusione. La permanenza non si addiceva e non si addice a questo straordinario soldato della fortuna. Però basta una stagione con lui per capire cosa sia il carisma. La sua sola presenza è stata sufficiente a riaccendere una squadra spenta come il Milan di quest’anno.

Spavaldo, non privo d’arroganza, ma generoso; tatticamente disciplinato, ma senza padroni. E coraggioso. In fondo, l’ha detto, anzi l’ha scritto: “La realtà è che eravamo i più forti e volevano distruggerci. Io, gli scudetti vinti con la Juve li sento miei e li espongo nel salotto di casa mia”.