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Sono trentatré anni, ormai, che il 29 di maggio mi trovo a viaggiare indietro nel tempo per ritrovarmi virtualmente, insieme con Piero Dardanello e tanti colleghi e con Edoardo Agnelli, in quella tribuna stampa dell’allora fatiscente stadio Heysel di Bruxelles dove eravamo arrivati per raccontare una bellissima notte di calcio e, possibilmente, una storica avventura juventina.

Ci trovammo, storditi e persino sconosciuti a noi stessi, a dover dire e scrivere di una mattanza. Con le anime in pezzi e i cuori che sanguinavano, vedemmo spuntare l’alba vagolando come zombie per le strade della capitale belga in cerca di notizie  tra gli ospedali e le caserme della “gendarmerie”. La mente di ciascuno non riusciva  stemperare l’angoscia provocata dalla terribile immagine della fila dei trentanove corpi allineati sul selciato sotto la Curva Z e ricoperti con teli di plastica nera. 
Da quel momento in poi e per un periodo di tempo che si è dilatato sino a sopravvivere ben netto anche oggi il gioco del pallone smise di essere ciò che, magari per innocente illusione, era sempre stato. Il telo che era sceso su quel finale da teatro shakespeariano aveva provveduto a mischiare le carte. Il baro non era stato il destino, però, ma la bestialità umana.

Trentatré anni nel corso dei quali, seppure la descrizione di quell’evento appartenga ormai alla storia coniugata con la follia, il dolore non ha ceduto neppure una minima parte della sua cifra originale e il sentimento di compassione è stato trasmesso anche a coloro che allora non erano nati da chi, suo malgrado, era stato costretto a vivere quella tragedia in diretta o davanti alla televisione.

Si chiama memoria e rappresenta uno fra i doni più preziosi che sono stati fatti all’umanità. Nel ricordo vive il seme dell’eternità e con il ricordo anche tutti coloro che non ci sono più riescono a far percepire la loro presenza. In buona sostanza si chiama Amore. Un atto, quello dell’Amore appunto, che oggi ha trovato realizzazione pratica nella celebrazione di un rito tutt’altro che formale. Il battesimo, a Torino, di una piazza “nuova” per definizione urbanistica nel vecchio quartiere popolare della Falchera simbolo negli Anni Cinquanta della città operaia.

La proposta che l’ex giocatore della Juventus Massimo Mauro aveva fatto dieci anni fa è stata finalmente messa in atto dall’amministrazione della sindaca Chiara Appendino la quale ha partecipato all’inaugurazione di quella che da oggi è la piazza dedicata alle trentanove vittime della barbarie etilica britannica. E, questa sera, come compimento finale dell’opera la Mole Antonelliana brillerà con le luci bianche e nere e la gigantografia di quella cifra di anime leggere. Senza retorica, accesa dalla lucida e tenera pietas umana.

Sarà, comunque, l’occasione per meditare e per convincersi, mai ce ne fosse bisogno, che il passato e specialmente quello caratterizzato dalla sofferenza e dal lutto non è un vuoto a perdere, ma lo strumento ideale per andare avanti con la speranza di poter sempre essere migliori. Le vittime di qualsivoglia brutalità hanno identità ben precise e tutte un unico nome. Come i ragazzi della Resistenza uccisi dai nazi-fascisti o quelli assassinati nelle foibe dallo squadrismo stalinista.

Come i “caduti” dell’Heysel i quali da oggi “vivono” in una piazza che non è lontana dalla via intitolata a Guido Rossa, l’operaio e sindacalista ammazzato dalle Brigate Rosse. Una scelta sicuramente non casuale.


Nella nostra gallery i momenti più importanti del giorno, raccontato anche qui.