La Gazzetta dello Sport, con l’editoriale a firma di Luigi Garlando, commenta l’esultanza di José Mourinho all’Allianz Stadium dopo il fischio finale di Juve-Manchester United:

Molti giornali inglesi hanno condannato José Mourinho per il gesto provocatorio a fine partita rivolto ai tifosi juventini, così come hanno censurato l’indegna simulazione di Sterling (Manchester City) contro lo Shakhtar Donetsk. Il processo di civiltà sportiva degli stadi britannici ha maturato valori non commerciabili e al riparo dalla faziosità. Un professionista in campo non deve rispondere al pubblico con il rischio di fomentare violenza e non si inganna l’arbitro, che amministra la giustizia. Vale per tutti. La maglia non conta. Sia Mourinho sia Sterling, a mente fredda, hanno chiesto scusa.

Giusto. Nel contesto inglese questi sono atteggiamenti inconcepibili. Come lo sono gli insulti prolungati di uno stadio intero a un avversario. Da noi invece si può. Ma pur se abitiamo un contesto diverso, anche a noi sinceramente risulta insondabile la logica di quegli insulti. E a Old Trafford ci chiedevamo: ma se la tua squadra sta espugnando il Teatro dei Sogni, uno degli stadi più mitici del mondo, e sta giocando un calcio da paradiso, che bisogno hai di infamare la mamma dell’allenatore avversario? Perché non ti abbandoni alla bellezza e all’orgoglio? Difficile poi condannare senza attenuanti quell’allenatore se, alla prima occasione di rivincita, esasperato da un contesto poco british, si porta una mano all’orecchio. Non di più.

Sarebbe ora che in caso di insulti reiterati e persecutori, ci si comportasse come per i cori discriminanti: sospensione, appelli, partita interrotta. Il razzismo è la macchia peggiore, ma gli stadi vanno ripuliti anche da altro becerume. Nessuno vuole trasformarli in seminari, ma una crociata di cultura sportiva non è più derogabile. Al nuovo governo del calcio interessa? Legittimo l’intervento di Bonucci che ha intercettato Mourinho per rimproverargli il gesto a tutela della sua curva che ha frequentato. Ma sarebbe bello che un giorno un capitano intercettasse anche gli insulti dei propri tifosi o gli striscioni infami contro i morti della parte avversa: «Finitela di insultare, togliete quegli striscioni o noi non giochiamo più». E’ lì che dobbiamo tendere: all’etica come interesse comune; alla fine del dogma della sacralità e dell’intangibilità della propria curva; alla presa di coscienza che se non migliora l’aria negli stadi, soffocheremo tutti. E’ questa la prima emergenza. E’ qui che dobbiamo rincorrere l’Europa. Imparare il palleggio del Barça è molto meno urgente
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