Il gioco di Sarri è una promessa. Non è un concetto, non è un dogma, non è un filo rosso da seguire forzatamente sennò si va nel girone dei dannati. No, quello che predica Maurizio da Figline va oltre il modo d'intendere il gioco: è un progetto che ha un fine sorprendentemente simile a quello della Juve, e cioè vincere. Vincere che sveste i panni del verbo, che diventa un articolo della sua costituzione: quella su cui il tecnico ha giurato, spergiurato, e pure un po' tradito quando a Londra doveva mettere a posto i casini di chi non lo seguiva. Tant'è: di motivi per snaturarsi, in quel momento, ce n'erano abbastanza. E quando arriveranno alla Juve - perché arriveranno -, siamo certi che la sua intelligenza farà il corso che deve. 

INNAMORARSI A TORINO - Il punto di tutta la questione sarriana - o sarrista - alla Juventus forse non è mai stato toccato davvero: non sarà tanto quello che potrà dare Sarri alla Juventus, a quanto la Juventus potrà dare a Sarri. Una dimensione diversa, questo è certo; ma anche un'ultima ritoccata per i grandi traguardi e per le risposte che lo stesso mister, probabilmente, deve a se stesso. Banalmente: è un tecnico in grado di vincere la Champions League? Saprà gestire questo tipo di spogliatoio? Come maneggerà la pressione di una piazza che deve oggettivamente e continuamente vincere? Sono giorni di sigarette in balcone e di pensieri fitti, questi qui. Sono giorni di attesa e di impazienza, di una chiamata che a breve smetterà di essere una parola data e farà il suo ufficiale ingresso nella piazza degli obiettivi insperati e magicamente realizzati. Arriverà pure il tempo di quelle fatidiche risposte, e nel mezzo ci saranno lavoro, parole, e ancora lavoro. Innamorarsi a Torino sarà un attimo. Come accaduto a Empoli prima e a Napoli poi, oltre alle bizze di una Londra che ora fa i capricci per lasciarlo andare. Ovunque sia andato, Sarri ha fatto strage di cuore e di punti. Stavolta sarà un po' più dura da corteggiare, la Signora: ma finirà comunque per capitolare ai suoi piedi.