Sarri non ha infierito contro il campo di gioco dell’Olimpico, il protagonista negativo di Roma-Juve con ben due crociati sulla coscienza in nemmeno 45 minuti di partita. Dopo i tanti e giusti attestati di solidarietà per i due atleti “colpiti dalla zolla invereconda”, viene da farsi una domanda in casa Juve, proprio su Demiral e sull’intera difesa juventina.

Gli inizi non erano stati dei migliori: al possente, ma anche agile, difensore turco era stato, dopo appena una partita, imputato un eccesso di irruenza. In fondo, aveva sbagliato (e nemmeno platealmente) un’entrata in area su un giocatore del Verona, optando per una marcatura virulenta quando poteva, forse, tergiversare. Una sbavatura in una partita, per il resto condotta egregiamente, lo aveva relegato alla panchina. Sorte simile, ma a tempi invertiti, per De Ligt: dopo alcune prestazioni non del tutto convincenti, in panchina c’è andato lui, sostituito proprio da Demiral, che ha inanellato una serie sempre  di prestazioni sempre più convincenti.

I due difensori hanno incontrato, insomma, destini paralleli e diversi. Con un’unica cosa in comune: la panchina, che si è rivelata un’ ottima “cura”. La panchina, infatti, se ben programmata può essere la terapia vincente quando il giocatore è soverchiato da una pressione eccessiva. Soprattutto se giovane.

De Ligt era arrivato oberato da una fama, da un costo, da un’enfasi che avevano alimentato una gigantesca aspettativa nei suoi confronti. Raiola aveva scaldato a dovere i motori per la rincorsa al rialzo, la critica s’era espressa in un coro verdiano di sperticate lodi: il fisico possente, l’intelligenza, il senso della posizione, una “grande” Champions, la vittoria nel campionato olandese… Tutto questo a 20 anni. Saggiamente, proprio per tale ragione alla Juve si voleva dosare il suo impiego, ma l’infortunio di Chiellini ha forzato la scelta e gli esordi di De Ligt sono stati segnati soprattutto dall’ansia da prestazione: toglierlo, in seguito, dai riflettori è stata la scelta giusta. Giusto anche per Demiral, bersagliato dalla critica e dalla sfiducia dopo una manciata di partite. Ora la sfortuna lo ha colpito, ma quel mese e più di “convalescenza attiva” ha impedito che anch’egli precipitasse in quell’ansia da prestazione che può attanagliare giocatori al loro arrivo in grandi squadre. Insomma ansia, appunto, aspettative eccessive, grande palcoscenico sono un intreccio potenzialmente micidiale per talentuosi, ma giovani calciatori. Certo c’è anche la panchina poco credibile, quella che sembra più il frutto dell’indecisione dell’allenatore piuttosto che una necessità o una scelta “terapeutica”, come avvenne per Dybala l’anno scorso.

La panchina potrebbe, invece, dimostrarsi una buona cura anche per Bernardeschi (non giovanissimo e non agli esordi) avvitatosi, non del tutto per propria responsabilità, in un limbo di sfiducia e denigrazione. Lo attendiamo fiduciosi.