Ho avuto il privilegio di vederla nascere e di assistere al suo battesimo. Si chiamava Luna Rossa, ma non era quella che dominando su Ineos e vincendo la Coppa Prada ora andrà a sfidare i tradizionali rivali di New Zeland per l’America’s Cup. Era la sua nonna. Quella che, voluta fortemente dall’armatore Patrizio Bertelli, era ancora una barca a vela tradizionale. Senza ali e con un design fedele ai canoni dello sport della vela.

Una disciplina che la gente di tutti i giorni aveva imparato a conoscere e ad amare un poco alla volta. Prima, timidamente, seguendo le regate di “Azzurra” creata per volontà di Luca Cordero di Montezemolo e con i capitali della famiglia Agnelli. Infine, con grande e crescente passione, lasciandosi affascinare dal Moro di Venezia di Raul Gardini che sul mare della California, a San Diego e con al timone lo skipper Paul Cayard, contese fino all’ultimo la vittoria agli avversari di America Cube. Termini come “andare di bolina” o “strambare” erano improvvisamente diventati di uso comune. Luna Rossa, cioè la sua nonna, intendeva ripartire da quel sogno rimasto in sospeso.

Era febbraio del 1997, ma a Punta Ala sembrava estate con un sole tiepido e grande così. Sul piccolo molo del “Yatching Club”, che in agosto era la meta irrinunciabile per Dino Zoff e la sua famiglia, si lavorava dall’alba. Alle undici e trenta, infatti, doveva andare in scena l’evento dell’anno. Il battesimo e il varo ufficiali della barca italiana destinata alla finale di Auckland in Nuova Zelanda. Il bel mondo della moda e dello spettacolo si era riunito bel paesino toscano. Caviale, champagne e Simona Ventura a fare gli onori di casa. Mancava poco al minuto zero sotto quel manto azzurro e davanti al verde smeraldo del mare.

Miuccia Prada, sponsor e madrina della cerimonia, teneva già in mano la bottiglia battesimale quando il silenzio che avrebbe dovuto precedere l’applauso venne rotto dal rumore provocato da un elicottero che in lesto avvicinamento puntava dritto sul luogo della festa. Perplessità e domande che svanirono nel preciso momento in cui dal veivolo ammarato i presenti videro scendere la figura di un uomo inconfondibile. Era l’avvocato Gianni Agnelli, arrivato a Punta Ala senza aver avvertito precedentemente nessuno. Una memorabile sorpresa persino per i suoi amici Prada e Berselli i quali corsero ad abbracciarlo sentendosi dire: “Non avrei mai potuto mancare un simile appuntamento”.

La passione e l‘amore che l’Avvocato nutriva per il mare e per le barche a vela non era un mistero per nessuno. Lui stesso amava dire che se non fosse stato presidente della Fiat quasi certamente avrebbe speso i giorni della sua vita a vagabondare sugli Oceani. Una passione la cui valenza era pari soltanto a quella per la sua Juventus. Sicché nessuno si stupì nel vederlo lì, convitato di pietra sprovvisto del “passi” ufficiale. Una manna piovuta in elicottero dal cielo per noi inviati con i quali Gianni Agnelli, naturalmente a battesimo avvenuto, si fermò a parlare seduto sulla banchina del molo per almeno mezz’ora spalmando a braccio argomenti che andavano dalla Juve vincente di Lippi, alla Formula Uno, alla situazione politica del Paese. Era in gran forma, l’Avvocato. Il giorno dopo i titoli in prima pagina dei quotidiani sportivi erano tutti per lui. Manco pranzò. Raggiunse l’elicottero e scomparì nel cielo da dove venuto. Sotto, la nonna di Luna Rossa per un poco si era fatta da parte.