commenta
L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Kulusevski il quale, prima di approdare al Parma per poi trasferirsi alla Juventus, aveva vestito la maglia nerazzurra dell’Atalanta. Per un giovane di belle speranze indossare la casacca della Dea ha sempre avuto un significato particolare. Quello di potersi permettere di immaginare un futuro nella più blasonata società italiana. Quella bianconera, appunto. 

E’ storia antica quella che racconta di un legame sinergico solido e profondo tra torinesi e bergamaschi provvedendo a rendere sempre molto speciale i loro incontri-scontri sul campo. Perché se è vero che le due tifoserie non si amano è altrettanto vero che la collaborazione tra i rispettivi dirigenti è stata continua. E, per la Juventus, l’Atalanta ha sempre rappresentato “L’isola del tesoro”.

Il prologo di questo romanzo per certi versi epico venne scritto alla fine degli Anni Quaranta quando tre giocatori lasciarono Bergamo per trasferirsi a Torino. Si trattava di Manente, Mari e di Karl Hansen i quali, insieme con altri campioni come Combi, Rosetta, Boniperti, Muccinelli e John Hansen contribuirono alla realizzazione di un ciclo leggendario per i bianconeri. 

Se si chiedeva all’avvocato Agnelli quale fosse la Juventus più bella che lui avesse mai visto, la sua risposta era sempre netta e perentoria: “Quella degli Hansen e del Boniperti giovanissimo. Neppure quella di Platini mi ha divertito tanto”. Parola di intenditore.

Dopo una breve pausa riprese il via vai lungo la direttrice Bergamo-Torino e la magia centravanti della Juventus finì sulle spalle di Dino Da Costa, un attaccante brasiliano non più giovane ma di assoluta affidabilità. Poi a seguire fu la volta di Montirsi, Novellini, Titti Savoldi, Zaniboni e Musiello i quali, pur non “spaccando”, fecero onestamente il loro. Non tutti possono essere stelle come quelle che si accesero a metà degli Anni Settanta nel cielo bianconero.

Dall’Atalanta arrivarono alla Juventus, in rapida successione, prima Gaetano Scirea, poi Antonio Cabrini e infine Pietro Fanna. Il piccolo attaccante, adorato da Trapattoni, diede un grande contributo per la vittoria di scudetti e Coppe, ma quel che di meraviglioso riuscirono a realizzare, non solo per la Juventus ma per il prestigio calcistico dell’Italia, i due difensori è diventato leggenda. Il nome e il ricordo di Scirea, specialmente, resteranno per sempre il simbolo unico di ciò che dovrebbe essere il calcio.

La storia continua con altri personaggi i quali, in ogni caso, sono scolpiti nell’immaginario collettivo dei tifosi bianconeri. Stelle, stelline e qualche comprimario. Da Bodini, portiere bravissimo ma emotivamente fragile, a Marocchino, l’artista che faceva ammattire il Trap. Da Prandelli anima gentile e affidabile, a Tavola, detto il marine Camacho per la sua combattività. Da Storgato, il professorino, a Pacione, bomber rimasto a metà. Da Soldà a Magrin, stelle filanti, al povero e sfortunatissimo Fortunato. E poi ancora Porrini, Tacchinardi, Montero ma anche Bobo Vieri e Filippo Inzaghi per chiudere con Mirkovic, Zenoni e Padoin. E la storia continua...