Un giro del mondo, sessanta giri di lancetta. Un anno di attesa, un'ora per costruire certezze assemblando lego di aspettative. Pezzo dopo pezzo, Federico Chiesa sembrava aver trovato il suo posto in questa Juventus già nei suoi primi sprazzi: a un tratto non esisteva più l'unico allenamento (e mezzo) svolto con i nuovi compagni, non c'era più avvisaglia d'emozione o turbamento. C'era solo Fede, nel bene delle sgroppate e nel male della frenesia. C'era la sua testa bassa e pure la sua generosità. Al sessantesimo, divenuta semplicemente troppa: l'intervento che gli costa il rosso è irruento, e la sanzione è esagerata però non per questo simbolo d'ingiustizia.

EMOZIONI - Gioia e dolore. E incertezza, e stupore, e stomaco inevitabilmente in subbuglio. Le montagne russe sono la metafora perfetta, non solo della sua partita ma di tutta la squadra. Su e giù per la fascia, poi il dramma e il rush emozionale che si è assestato sulla delusione. In sessanta minuti, Chiesa ha vagliato tutte le trepidazioni e compreso la vera lezione di fondo: con il karma fiorentino non scherzerà più, né lo farà con i sentimenti. Forti, quelli percepiti dopo l'assist vincente per Morata; devastanti, quelli che hanno fatto seguito alla realizzazione. Il rosso sventolato da Fourneau sarà la polaroid dei suoi prossimi incubi, ma la fiducia di Pirlo resta e servirà da benzina per affrontare, stavolta passo dopo passo, una nuova pagina della sua carriera. Un nuovo passo della sua vita. 

MEGLIO COSI' - Non sarebbe stato facile per nessuno, figurarsi per un ragazzo di 23 anni che porta in dote settimane di critiche, insulti, rinnegamenti popolari. Lo sarà ancor di meno a partire da oggi, quando parole, giornali e social avranno in mente soltanto quanto accaduto al minuto sessanta. Per certi versi, meglio così: bruciarsi al primo giorno equivale ad apprendere immediatamente una lezione inevitabile, che arriva per tutti come la tassa al ventitré del mese. Meglio così perché si può solo migliorare e perché c'è un assist pazzesco a smacchiare parzialmente quell'intervento. Meglio così perché così si cresce, perché lo si fa meglio nel dolore. Un anno e mezzo per piangere alla prima e non di gioia: ci sarà una stagione lunghissima per riscuotere dal destino.