Ho letto e poi riflettuto a lungo sull’articolo scritto dal nostro Marcello Chirico sul tema razzismo-Napoli. Intanto, per prima cosa, come direttore di questa testata approfitto dell’occasione per ringraziare il collega per aver accettato di salire sulla piccola, ma ben attrezzata nave battente bandiera bianconera. 

Conosco Marcello fin dai tempi, assai lontani e ricchi di suggestione, in cui frequentava con ardore giovanile e mordendo la briglia come tutti i puledri di razza la vecchia e indimenticabile redazione di Tuttosport in via Villar a Torino. Già allora, noi giornalisti professionisti in piena corsa professionale, potevamo intuire che nel ragazzo in formazione esistevano i semi buoni per un futuro di prestigio anche se lui, già innamorato e competente di calcio, al pari ci ciascun aspirante era costretto a occuparsi di altro e in particolare di rugby. Si chiama scuola e a nessuno è consentito sottrarsi. 

Le cose, poi, procedono secondo natura, buona volontà, capacità e destino. Chirico, non senza quella fatica che rende forti, ha percorso l’intera via per raggiungere con merito una fascinosa vetta di quella catena montuosa sempre innevata che si chiama giornalismo. Oggi è quello che si definisce una “firma” nel panorama di una professione la quale, negli ultimi dieci anni almeno, è cambiata radicalmente per modi e anche per pensiero. Non vi è comunque alcun tipo di dubbio che Marcello oggi sia un autorevole osservatore e narratore del giornalismo contemporaneo con spirito intellettualmente libero. Di qui il dovuto ringraziamento per tutto il suo impegno e la sua passione che consentiranno a ilBiancoNero.com di crescere ulteriormente e di rendere ogni dibattito ancora più suggestivo.

Tornando al tema complesso e scivoloso annunciato in apertura, la tesi formulata da Chirico sulla possibilità che il Napoli possa attuare la clamorosa protesta anti-razzista non soltanto per fini nobili ma, sotterraneamente, per “manomettere” la regolarità di un campionato reso senza storia dalla manifesta e devastante forza della Juventus ha una sua ragione di essere. Purtroppo. E sottolineo purtroppo perché, se così dovesse essere nelle intenzioni dei protagonisti o di alcuni di loro (non Ancelotti sicuramente) ciò starebbe a significare che il calcio non è soltanto malato, ma defunto e in via di putrefazione. L’uso di uno strumento nobile, come la protesta civile contro i selvaggi dello stadio, con bieche finalità puramente strumentali rappresenterebbe il peggio del peggio e, quindi, sarebbe inaccettabile oltrecché odioso.

E’ pur vero che viviamo una quotidianità, sociale e politica e di costumi che mette i brividi e per quale il vecchio detto dell’astuto Giulio Andreotti (“A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”) potrebbe comodamente rappresentarne il manifesto. Però è altrettanto vero che una “macchinazione” del genere supererebbe di gran lunga anche la più sfrenata delle fantasie malate. Sicchè, per evitare orribili equivoci o dietrologie complottistiche assortite, l’augurio che faccio di cuore anche come risposta ai dubbi di Chirico è che non sia il Napoli la prima squadra ad abbandonare il campo (cosa che per me sarebbe sacrosanta) al minimo accenno di manifestazione razzista. 

Rileggendo le “rose” di tutte le formazioni è possibile notare che in ciascuna di esse vi sono giocatori di colore e che per ciascuna di esse in ogni campo d’Italia può scatenarsi l’ignobile gazzarra. Ecco, non solo per Koulibaly dunque ma per tutti i fratelli dal diverso colore della pelle. Un esempio nobile contro ogni possibile sospetto.