Adesso basta. Una volta per tutte e in maniera radicale. Anche la nostra piccola Coppa Italia, andata in onda per pochi intimi e infreddoliti paganti, ha confermato che il virus del razzismo ha provocato una malattia la quale, se non si interviene subito, è destinata a trasformasi in pandemia. Che a Roma gli ultras della Lazio abbiano continuato a “festeggiare” con il loro solito modo fascista e antisemita anche contro il Novara non stupisce più di tanto. Inquieta e fa male, invece, dover registrare che nella insospettabile Bologna un manipolo di sconsiderati abbia inscenato una gazzarra di genere nei confronti di un ragazzo di colore che è nato a Vercelli, con gli amici parla in piemontese e adora gli agnolotti con il sugo dell’arrosto. Così l’esordio del giovane e bravo Kean è stato infangato nel modo peggiore.

Bologna è una città esemplare non solo a livello sportivo. La sua gente ha vissuto esperienze di ogni tipo, belle o tragiche, reagendo sempre con una dignità e con un orgoglio davvero unici. Bologna è la capitale dei cantautori e dei poeti della Via Emilia, libertari e anarchici ma mai violenti. Bologna è il luogo della memoria segnalato da un orologio che, di fronte alla stazione, rammenta il momento preciso in cui accadde una epocale strage nera. Bologna è uno stadio dove, un giorno, i padri di quegli sciagurati che hanno insultato, soprattutto, Kean per l’incarnato della sua pelle stesero in curva uno striscione con scritto “Meglio Eneas bidone che Falcao busone”. Eneas era un attaccante brasiliano color cioccolata. Ecco perché è almeno sconcertante vedere e sapere che anche a Bologna lo schifoso virus razzista ha iniziato l’opera di contagio. Un allarme che non è più possibile ignorare.

Dunque basta, fin da subito. Basta con le chiacchiere da qualsiasi parte arrivino. Sia quelle da equilibrista del ministro e vice premier Salvini, sia quelle in buona fede ma prese poco sul serio di Claudio Baglioni e di Roberto Mancini. È arrivato il tempo del fare al posto di quello del dire aspettando chissà quale miracolo celeste. È ora che le autorità di governo prendano una posizione chirurgica netta e istituzionale per evitare che il calcio diventi terra di nessuno in mano ai nuovi barbari sociali. Sospendere le partite, a questo punto, sarebbe come pretendere di guarire una polmonite con un paio di aspirine. È urgente la necessità di un intervento assai più radicale.

Repressione. È un termine che non mi è mai piaciuto perché evoca momenti e situazioni storiche anti democratiche o oscurantiste. Eppure, rispetto a questo problema specifico, credo che sia l’unica strada da percorrere per avere successo contro il virus. Il modello da seguire è esattamente quello applicato in Inghilterra dal ministro di ferro signora Thatcher la quale nel 1990, dopo una già lunga serie di provvedimenti anti hooligans, stabilì con decreto urgente che ciascun stadio del Regno Unito venisse dotato di celle dove portare e richiudere tutti coloro i quali avessero violato nel corso delle partite le regole del tifo civile anche con cori razzisti e anti semiti. Poliziotti, in borghese e non, presidiavano le zone calde, ammanettavano i colpevoli sorpresi in fragrante, li trasferivano nella camere di sicurezza allestite dentro gli impianti sportivi dove passavano la notte in attesa del processo per direttissima il giorno successivo. Forse, anzi sicuramente, non si trattò dunque di repressione ma soltanto di una salutare bonifica contro i ratti che infestavano e ammorbavano gli stadi. Una replica in Italia sarebbe la benvenuta.