Talvolta accadeva che, a centrocampo, il pallone sembrasse bruciare tra i piedi di Michel Platini il quale se ne sbarazzava con un lancio lunghissimo rendendolo apparentemente inarrivabile. Nulla di casuale. Il numero era stato programmato.

Puntuale, in arrivo da chissà dove, su quella palla di finto disimpegno piombava Zibi Boniek. Lesto come il lampo, leggero come una piuma, spirito da corsaro all’arrembaggio. Nessuno o pochi riuscivano a impedirgli la missione che spesso terminava con il gol e poi con l’abbraccio trai i due complici.

Il più delle volte l’evento accadeva di notte, quando il teatro dello Stadio Comunale era illuminato dalle alogene. E lui, il polacco rosso malpelo, spiccava ancora di più sotti quelle luci artificiali. Di giorno, si sa, i raggi del sole sfumano i colori. Così, un giorno a New York, l’avvocato Gianni Agnelli volle presentare la coppia dei suoi campioni all’amico Henry Kissinger in questo modo: “Lui è Platini, bello di giorno mentre lui è Boniek il nostro bello di notte”. E fu subito leggenda.

Dopo tre stagioni memorabili, macchiate soltanto dal balordone di Atene contro l’Amburgo, una domenica di fine campionato dalla curva degli ultras bianconeri si levò, potente, un coro: “Stai attento presidente, Zibi Boniek non si vende”. La ”minaccia” era naturalmente rivolta a Giampiero Boniperti la cui intenzione era quella di sbarazzarsi del giocatore polacco. Il presidente bianconero non era tipo da lasciarsi intimidire dagli umori della piazza. Non aveva mai amato completamente quel campione trasgressivo e irrigimentabile e poi aveva fatto una promessa al suo collega Dino Viola.

A Roma si era completato il ciclo favoloso di Roberto Falcao. La squadra giallorossa era rimasta senza re. Un vuoto che andava colmato con un’operazione di mercato dal sapore forte. Boniek, così, fu costretto a lasciare la ”sua metà” Platini, e arrivò nella capitale per vestire la maglia di una delle rivali storiche della Juventus. L’impatto non fu dei migliori sotto l’aspetto della partecipazione popolare. L’inizio del sodalizio venne caratterizzato da molta indifferenza e da tanta diffidenza. “Juve…Juve…” gli urlavano i tifosi durante i primi allenamenti. Non conoscevano Boniek. Non sapevano del suo carattere da autentico corsaro e da campione che consegna l’anima e il cuore a coloro che credono in lui.

Andò come era logico e naturale che dovesse. La piazza giallorossa impiegò poco a rendersi conto di quale preziosità fosse arrivata da Torino. Boniek, forse, non venne eletto re al pari di Falcao, ma certamente si prese il cuore di Roma e anche quello dell’inquilino illustre del Vaticano. Papa Woytila il quale, ogni domenica sera, chiedeva che cosa avesse fatto la Roma e se il suo connazionale polacco aveva segnato un gol.