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Soprattutto dopo Juve-Fiorentina (0-3) dobbiamo essere lucidi e bravi a scindere. Perché un allenatore è fatto di un insieme di qualità. C’è la sua proposta, il suo progetto tecnico da una parte (le idee di cui spesso abbiamo parlato qui sopra), e poi c’è un qualcos’altro che si fa sempre molta fatica a definire e comprendere: la cosiddetta esperienza. Ed è su questo secondo aspetto che di solito -permettetemi la licenza- ‘l’asino casca’ irrimediabilmente. E ahimè cascherà sempre. Sembra paradossale, ma è così: a certi livelli di competenza, far giocare bene una squadra è il meno. Lo dimostra il fatto che Pirlo c’è già riuscito più di una volta, pur non avendo mai allenato prima. Juve-Fiorentina tuttavia era una partita che richiedeva l’altra faccia del mestiere, quella che non si impara se non col tempo e sulla propria pelle. Era una partita ovviamente difficile per la storica rivalità tra i due club, ma stavolta lo era anche e in aggiunta soprattutto per la giornata in cui cadeva, e non solo perché era l’ultima gara prima del Natale, ma per quella stramaledetta coincidenza con la notizia del ricorso vinto dal Napoli. Perdere con la Viola significava dunque esporsi a una botta mediatica, perdere 3-0 (evenienza peraltro nemmeno contemplata) triplicare la botta. Significava sentirsi dire -11 punti dal Sarri dello scorso anno e altre robette velenose di questo genere. Occorreva dunque essere avveduti come i serpenti. E se all’ approccio sbagliato dei primi minuti, al primo gol subìto si poteva rimediare facilmente attraverso il gioco e la pazienza, ossia senza la necessità di entrare in modalità ‘esperienza-emergenza’, dopo l’espulsione di Cuadrado intorno al quarto d’ora, dunque dopo l’irrompere di una seconda e ben più pesante variabile impazzita, ciò non era più possibile. Bisognava dunque ‘restare calmi’, magari aspirando un po’ la ‘c’. Leggere la situazione nuova, il doppio imprevisto, e fare i cambi giusti d’esperienza. Cosa che secondo me non è avvenuta.