L’impero degli Agnelli ha perso oggi uno dei suoi ultimi rappresentanti storici. Alla veneranda e invidiabile età di novantaquattro anni è morto Gianluigi Gabetti, l’uomo che per quasi mezzo secolo ha lavorato per la custodia della cassaforte appartenente a una delle famiglie più potenti del mondo. Insieme con l’avvocato Gianni e poi con il dottor Umberto aveva contribuito alla formazione di un monolite pressoché inattaccabile nel mondo della finanza coniugato con quello della produzione industriale sotto l’ombrello della Fiat. Il tutto protetto dall’invalicabile muro di protezione legale affidato nelle mani prima dell’avvocato Chiusano e poi in quelle di Franzo Grande Stevens il quale, anche lui novantenne, rimane oggi l’unico testimone oculare di una saga strabordante di eventi e anche di lati oscuri.

I misteri degli Agnelli che sono destinati a rimanere tali, anche se lo stesso Gabetti aveva ceduto alla tentazione di rivelarli scrivendo un libro di memorie che, però, non verrà mai dato alle stampe perché la regola dei “panni sporchi che si lavano in casa” è stata e resterà sempre rigorosamente ferrea da parte di ciascun rappresentante della dynasty. Quello che fu il braccio destro dell’Avvocato e successivamente il presidente della Exor ebbe modo di conoscere anche i più sottili refoli che spiravano dalle fessure del Palazzo dove peraltro lui poteva entrare e uscire a suo piacimento con addosso i panni di un contemporaneo Richelieu.

Dai tempi della monarchia assoluta di Gianni Agnelli a quelli della scomparsa del suo “erede” indicato Giovannino, dalla tragedia annunciata di Edoardo alla scomparsa prematura di Umberto, dalla designazione di John Elkann sul trono della casata alla rivolta di Margherita Agnelli contro la sua stessa famiglia, dalla scelta di Marchionne al suo accantonamento da parte dei nuovi e giovani amministratori. Una vita vissuta apparentemente nelle retrovie ma in realtà con nelle mani il grandissimo potere quasi scontato per chi “sa delle cose”. Anzi per chi conosce ogni cosa.

Dell’impero, naturalmente, ha sempre fatto parte anche la Juventus. L’unica azienda del gruppo ad essere rimasta “italiana” in senso stretto dopo la “fuga” del Gruppo in Olanda, in Lussemburgo e negli Stati Uniti. Ebbene Gabetti, fedele difensore anche della filosofia sportiva e degli amori in bianconero dell’Avvocato, ebbe sempre un’attenzione di riguardo verso ciò che riguardava la società di calcio anche rispetto al suo aspetto meno sportivo e più aziendale.

Fu sua la scelta, dopo il disastro compiuto dalla triade, di incaricare Cobolli Gigli di ridare un’immagine chiara e pulita alla Juventus. Ma soprattutto fu lui a decidere in prima persona che il futuro presidente della società bianconera doveva essere Andrea Agnelli. Un’operazione non semplicissima da portare a compimento soprattutto perché il nuovo e giovane “sovrano”, John Elkann, avrebbe voluto per se stesso anche quel ruolo di grande immagine popolare.

Non si trattò proprio di una guerra, ma certamente di un braccio di ferro piuttosto violento. E fu anche l’ultima battaglia vinta dal grande vecchio il quale, subito dopo, venne congedato dal Palazzo pur con tutti gli onori ufficiali spettanti ad un personaggio come lui.

Gianluigi Gabetti se ne è andato in solitudine ed estraneo al nuovo mondo che non gli apparteneva in un ospedale di Milano dopo aver vissuto gli ultimi anni “blindato” nella camera 106 dell’Hotel Lingotto dove per tante stagioni andava in ritiro la Juventus. In quella stanza scrisse il libro che non vedrà mai la luce. Perché anche i semidei hanno qualcosa da nascondere.