Come eravamo, come siamo e forse anche come saremo. Tutto dentro un unico contenitore che è un poco come il tesoro dei pirati. Zeppo di gioielli e di leggende. Per esempio... Quelli che Helenio Herrera. Era detto il Mago. In realtà era molto più semplicemente un fantastico vagabondo del pallone il quale possedeva la vista molto lunga. Usava psicologia e forse anche qualche buon integratore, ma soprattutto sapeva vendersi e comunicare come il migliore dei piazzisti. Vero babau della Juventus e nemico giurato di Omar Sivori, un giorno a Torino fece esordire Sandro Mazzola. La scorsa settimana alcuni cretini hanno divelto la targa di una piazza a Milano a  lui dedicata. Dicono siano stati quattro ragazzini. Peggio ancora. Ciascun genitore dovrebbe insegnare ai propri figli che la memoria è un bene troppo prezioso per subire violenza.

Quelli che Armando Picchi. Immenso difensore nerazzurro e poi fortemente voluto da Boniperti come allenatore per la rifondazione bianconera. Non ebbe il tempo per dare dimostrazione del suo valore. Un tumore al polmone lo strappò alla vita e al calcio dopo pochi mesi dal giorno in cui era arrivato alla Juventus.

Quelli che Giuliano Sarti. Dopo essersi fatto un nome nella Fiorentina contribuì a rendere immensa la già grande Inter. Poi a Mantova scivolò, letteralmente, su una buccia di banana regalando lo scudetto alla Juventus in virtù di una papera mitica. Chiuse la carriera proprio in bianconero, forse per eterna riconoscenza.

Quelli che Tarcisio Burgnich. Una colossale svista di Boniperti il quale, dopo aver ingaggiato il terzino, dopo un anno appena lo giudicò non adatto alla Juventus. Lo vendette all’Inter e con la maglia nerazzurra il rude Tarcisio divenne uno fra i più forti difensori al mondo. Anche i più bravi, talvolta, sbagliano.

Quelli che Anastasi e Boninsegna. Quella volta Boniperti ci vide molto bene e chiaro. Rifilò Pietruzzu nazionale all’Inter e in cambio ricevette Boninsegna. Il bianconero  era un mito del calcio, ma aveva litigato con il tecnico Parola e si ammutinò. Bonimba sembrava essere arrivato a fine carriera e l’Inter pensò di aver rifilato un “pacco” alla storica rivale. Morale della favola. Anastasi in nerazzurro fu una delusione. Boninsegna in bianconero il bomber della provvidenza.

Quelli che Giovanni Trapattoni. Figlio adottivo di Rocco e di Viani, grande cuore milanista, fece la fortuna della Juventus e anche dell’Inter. La sua indiscutibilmente fu la Juventus più forte della storia. In due riprese. Tra l’una e l’altra Giuan trovò tempo e modo di vincere anche con l’Inter dei suoi panzer tedeschi. Dopo la sciagurata esperienza con Maifredi tornò a Torino perché Edoardo Agnelli andò  a casa del presidente Pellegrini per supplicarlo di lasciare libero il tecnico. Non fu come la prima volta, ma comunque un successo. Il fischio del Trap, per chi ha orecchio, si sente ancora.

Quelli che Altobelli e Serena. Due bomber che hanno vestito entrambe le maglie. Aldo addirittura quelle di Toro e Milan tanto per esagerare. Spillo, un poco come Bonimba, sembrava in affanno. Invece doveva soltanto cambiare aria. E quella di Torino, sotto le montagne, gli fece davvero un gran bene.

Quelli che Marco Tardelli. Cuore a anima della Juventus per memorabili stagioni, non accettò il viale del tramonto e si mise la maglia nerazzurra. Però troppo aveva corso, sofferto e dato l’anima alla Juve. Non poteva più essere “Schizzo”. Con l’Inter ci provò anche in panchina ma era troppo schietto e diretto per essere anche un allenatore di club.

Quelli che Marcello Lippi. Altro allenatore griffato Juventus che volle sperimentarsi insieme con Massimo Moratti. E mal gliene incolse. Anche lui rifece al contrario l’autostrada verso Torino.

Quelli che Roberto Baggio. In nerazzurro, come nella Juventus, sarebbe staro ancora in grado di esprimere le sue magie. Ma andò il rotta di collisione proprio con Lippi e la stagione per l’Inter finì piuttosto tristemente. Una meteora nel cielo di Milano.

Infine quelli che Juventus-Inter. Ovvero il calcio e la sua essenza.