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Esistono personaggi e fatti che possiedono la forza, talvolta violenta, di riproporsi con puntuale cadenza anche a distanza di tantissimi anni. A volte capita di riviverli la notte, durante la fase Rem del sonno, come autentici incubi. E’ sufficiente un qualunque motivo di attualità legato in qualche modo al passato remoto per scatenare emozioni antiche che sembrano prodotte da un surreale presente. E ciò che mi accade in questi giorni alla vigilia di Verona-Juventus che, pur nella sua valenza di dignitoso confronto, non possiede la cifra di quella che può essere definita una “partitona”.

Era il 3 settembre del 1989. Il calcio non era ancora uno spezzatino e si giocava la domenica pomeriggio. In qualità di “secondo” mi presentai al Bentegodi insieme con il vecchio e saggio Giglio Panza. Lui avrebbe scritto e descritto, scrivendo a mano sul suo quaderno, lo sviluppo di Verona-Juventus. A me spettava il compito delle interviste del dopo gara. 

Una giornata di giornalismo facile, quasi scolastico, filata via sull’onda di un successo senza scossoni per i bianconeri. Quattro a uno il risultato finale per la Juve di Totò Schillaci e di Rui Barros un trottolino portoghese detto anche “Rui Bassos” per via della sua statura non certo imponente. Gli allenatori erano Bagnoli e Zoff. Dino, però, quel giorno in panchina non aveva accanto a sé l’inseparabile “vice” Gaetano Scirea. Boniperti non aveva voluto sentire ragioni e l’aveva spedito in Polonia in missione per visionare la prossima avversaria dei bianconeri in Coppa.

Terminato il lavoro, Giglio Panza ed io riprendemmo l’autostrada per fare ritorno a Torino. Una sosta a metà strada. Il vecchio maestro non voleva saltare la cena ed era contrario ai tramezzini delll’autogrill. I telefonini erano di là da venire. Niente radio a bordo. Ce la raccontavamo, viaggiando e il “direttore” era un uomo illustrato da mille storie bellissime. Un piacere ascoltarlo. 

La redazione di “Tuttosport” si trovava in via Villar, alla periferia nord della città e poco distante dall’autostrada. Arrivammo che i camioncini per la distribuzione del quotidiano avevano già i motori accesi a pieno carico di quelle risme di carta ancora fresca di inchiostro che macchiava le mani e che profumava di tipografia. Afferrai una copia e dissi a voce alta: “Ma che razza di titolo hanno fatto, con la Juve che ha vinto?”. Evidentemente il mio cervello aveva voluto censurare, per il trauma insopportabile, ciò che in realtà si trovava scritto il prima pagina a caratteri grandi come una casa. “E’ morto Gaetano Scirea” era il titolo. Un incubo assurdo.

Accompagnai Giglio Panza a casa. Tutti e due non riuscivamo a non piangere. Gaetano non era soltanto un campione. Era un amico. Era un fratello. Cioè, lo era stato. Non potevo andare a dormire così. Andai in via Cassini, in zona Crocetta, dove abitavano Gai , Mariella e Riccardo. Erano già arrivati Dino Zoff, la moglie Anna e il loro figlio Marco. Sotto il portone trovai Tardelli e Marocchino. Salimmo insieme. Fu una lunga notte quasi surreale popolata da fantasmi e racconti affogati in un dolore senza confini e intrappolati dentro una sola domanda: “Perché?”. Ovviamente nessuno rispose. Alle cinque del mattino Mariella andò in cucina e si ripresentò con tra le mani una zuppiera: “Minestrone freddo. Lo avevo preparato per Gaetano. Il suo piatto preferito”. Mangiammo in silenzio.

Sono passati ventotto anni da quel giorno di Verona-Juventus. Eppure, di tanto in tanto, mi capita ancora adesso di sognare quei personaggi e di rivivere quella scena come se il tempo non fosse mai trascorso. In bocca risento il sapore delicato di quella zuppa alle verdure.