"L’Inter di Luciano Spalletti è come la prima Juventus di Antonio Conte". Un paragone a primo impatto scontato e sostenuto nelle scorse settimane da diverse voci. Da ultimo è stato Silvano Martina, agente di Gigi Buffon, ad assimilare il lavoro del tecnico nerazzurro a quello dell’attuale allenatore del Chelsea, che alla prima stagione a Torino conquistò uno storico scudetto da imbattuto. A ben vedere, tuttavia, le similitudini si limitano all’evidente, ossia all’assenza di impegni europei nel calendario dell’Inter, così come in quello della Juve 2011-12.

STADIUM E ALLENATORI - L’Inter di Spalletti non è la Juventus di Conte. Il giudizio si fonda, prima di tutto, sullo scenario: impossibile non guardare allo Stadium come uno dei veri artefici del grande ciclo bianconero. Primo impianto di proprietà in Serie A, il fortino bianconero ha dato il la alla rinascita (economica e poi sportiva) della Signora: un investimento da 155 milioni di euro che, sei anni più tardi, tiene ancora aperto il gap con tutte le altre società della Penisola. Al netto delle discussioni aperte per un rinnovamento del Meazza, la differenza tra Juve e Inter è tutt’ora solida come le mura dell’Allianz Stadium. In secondo luogo, lo sguardo si sposta sul condottiero: se da un lato Antonio Conte rappresentava una vera e propria scommessa per un club reduce da due settimi posti consecutivi, Luciano Spalletti ha già avuto svariate occasioni per mostrare il proprio potenziale. Fallendo alla prova del nove. La prima Roma del tecnico di Certaldo arrivò più volte a contendere il titolo all’Inter di Mancini e poi a quella di Mourinho, accontentandosi di tre medaglie d’argento. Lo scudetto, al contrario, rappresentava niente più che un miraggio per il Conte allenatore, reduce da una lunga gavetta tra Arezzo, Bari, Atalanta e Siena. Da una parte, insomma, vi è una bandiera bianconera che però aveva tutto da dimostrare in panchina. Dall’altra vi è un tecnico chiamato una volta per tutte a scrollarsi di dosso la denominazione di “eterno secondo”, guadagnata a suon di delusioni tra Roma e San Pietroburgo.

ACQUISTI E AVVERSARIO - Passiamo poi al lato puramente tecnico: uno dei paragoni più abusati da inizio stagione è quello tra Andrea Pirlo e Borja Valero, acquisti low cost da cui far partire la rinascita. Ma affiancare il Maestro bresciano all’ex ragazzo prodigio del Real Madrid Castilla sarebbe fuorviante. L’uno arrivò a Torino con 9 titoli conquistati alle spalle e un forte desiderio di rivalsa sul Milan di Galliani; l’altro condivide con Spalletti un certo status da “talento inesploso”, con una rivalutazione quanto mai tardiva arrivata ai tempi della Fiorentina. Borja non è un vecchio campione giunto ad una nuova sfida, ma una stella annunciata che non ha mai brillato secondo le aspettative: il suo apporto nella nuova Inter non è assimilabile a quello (immenso) di Pirlo, che si caricò letteralmente la squadra - e i suoi schemi - sulle spalle fin dal primo assist per Lichtsteiner. Infine, e non è un aspetto da sottovalutare, l’avversario: là il Milan di Allegri, qui la Juve… di Allegri. Ed è forse nell’evoluzione del tecnico livornese che risiede il maggiore ostacolo per l’Inter di Spalletti: sei anni dopo quel clamoroso scudetto perso con Ibrahimovic e Thiago Silva in rosa, Max è riuscito a trovare la propria dimensione da “grande coach”, in grado di mescolare le carte anche e soprattutto nei momenti di difficoltà (si veda la rimonta in campionato nel 2016). Difficile che Allegri, con tre double consecutivi alle spalle, incappi in uno scivolone simile a quello visto in rossonero: se sabato la Juve dovesse superare l’Inter in classifica, è improbabile che arrivi un gol di Amauri a dare una nuova possibilità ai nerazzurri.


@mcarapex