Il direttore sportivo del settore giovanile della Juventus Stefano Braghin ha rilasciato una lunga intervista a Tuttosport  facendo il punto sul lavoro svolto in bianconero dal 2012, anno in cui ha iniziato la sua avventura a Torino. “Partire da realtà dove non c'è nulla ti porta poi ad apprezzare quanto raccolto-  ha affermato Braghin.  La Juve non si ispira a nessun modello perché da un paese all'altro, da un calcio all'altro, cambiano troppe cose, anche culturali. Si finirebbe di essere dei replicanti e non degli originali, magari senza nemmeno riuscirci. Ascoltiamo tutti con interesse e curiosità, ma il nostro obiettivo è quello di creare un sistema autonomo. Abbiamo mezzi che poche altre realtà possono permettersi, questo va detto. Ma speriamo di essere d'esempio soprattutto per il lavoro extra-campo. Abbiamo incrementato la formazione umana, su input in primis del direttore Marotta, un pioniere in tal senso. C'è il J-College, abbiamo un team di psicologi all'avanguardia che segue i ragazzi, organizziamo incontri su alimentazione e salute, cerchiamo di fornire ai nostri ragazzi gli strumenti per capire come gestire il rapporto con i giornalisti e i social network.”

PROFILI DA JUVE - Ci sono tante competenze di alto livello e tante figure decisionali, ma il rapporto tra tutti è ottimo. Negli anni si è formato un gruppo unito e capace di pensare al bene comune. Quello che da fuori sembra complicato, da dentro è tutto molto lineare. Come si scelgono i nuovi talenti? Già dai primi reclutamenti cerchiamo di prendere profili che in prospettiva possano essere da Juve. In subordine si lavora anche per creare calciatori che possano inserirsi magari in dinamiche di mercato. Fin dalle selezioni siamo molto esigenti, ipoteticamente prendiamo solo chi possa essere da Juve. Sicuramente la ricerca del talento è fondamentale. Nel tempo si lavora su personalità, disciplina, educazione. Indossare la maglia della Juve è sempre onore e onere, che si gestisce nel tempo? Ossessione per la vittoria Quando lavori alla Juventus sarebbe ipocrita dire che non conta il risultato sportivo, il nostro è un dna di successi. Questo non deve però pregiudicare la crescita dei ragazzi.”